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#ADOLESCENZE: separazione e individuazione

La nostra rubrica dedicata all’adolescenza è sempre più interessante, grazie a Valentina Schiuma e Antonella Nuzzolese. Oggi ci parla di separazione e individuazione, un fenomeno molto evidente quando i nostri figli cominciano a diventare “grandi”.

di Antonella Nuzzolese e Valentina Schiuma

I genitori di oggi sono molto spaventati di fronte all’adolescenza dei propri figli. Sono confusi e spaesati perché a volte quel figlio che pensano di conoscere, sembra essere un estraneo. Ci si può intromettere nella vita dei figli? Se si, quando si rischia di disturbare troppo? È davvero complicato per un adulto entrare nel mondo mutevole dell’adolescente, imparare a rapportarsi con un ragazzo che non è più un bambino e nemmeno un adulto.

La letteratura sull’adolescenza di impostazione dinamica quando affronta il problema dei rapporti tra genitori e figli adolescenti, si focalizza su quegli aspetti intrapsichci che caratterizzano il periodo adolescenziale. Ad esempio la teoria di Winnicott pone importanza al tema del “lutto evolutivo” rispetto non solo al corpo infantile ma anche rispetto all’affidarsi dei figli ai genitori. Anche  Margaret Mahaler enfatizza il bisogno evolutivo di prendere le distanze dai genitori con una conseguente sostituzione dei legami primari con quelli con i partner sentimentali e/o coetanei, approdando infine a un senso distinto del Sé come persona separata dai propri genitori.

Gli studi sull’attaccamento sottolineano che i genitori permangono come base sicura nonostante siano meno approdo delle ricerche dei figli se non nei momenti di stress e disagio. In definitiva si riattiva una rinegoziazione dei ruoli e delle funzioni familiari che coinvolge l’intero sistema muovendosi alla ricerca di nuove posizioni, nel senso che le relazioni tra genitori e figli si modellano e si evolvono.

Le teorie sistemiche si concentrano invece soprattutto sulla dimensione relazionale del processo di separazione e individuazione.

Murray Bowen pone l’enfasi sul processo di differenziazione dalla famiglia d’origine definendolo come un obiettivo che l’individuo persegue lungo l’arco di tutta la propria vita e che permette di svincolarsi dal proprio nucleo familiare d’origine attraverso un processo di autodefinizione e autoindividualizzazione.

Per Maurizio Andolfi l’obiettivo più importante per la famiglia è quello di aiutare i propri membri a migliorare il livello di differenziazione del Sé, nel raggiungimento del complesso equilibrio tra appartenenza e separazione. Non dimentichiamo, infatti, che non vi può essere alcuna separazione senza appartenenza!

In ogni caso quando parliamo di separazione e individuazione, non facciamo mai riferimento ad un mero allontanamento fisico, ma al raggiungimento di una condizione psichica che permette alla persona di percepirsi come essere finito e dotato di una propria individualità. Molti giovani adulti credono di poter raggiungere  una condizione di autonomia con l’allontanamento da casa andando in altre città per frequentare l’Università. In realtà senza una completa ed equilibrata separazione psichica, una tale situazione potrebbe trasformarsi in quello che Bowen chiama “taglio emotivo” ovvero una negazione delle proprie appartenenze, senza le quali non è possibile nemmeno capire da cosa ci si dovrebbe separare!

L’adolescenza è un momento fondamentale di questo difficile processo, ecco perché risulta così complicato e complesso. Omissioni e bugie di poco conto (che spesso fanno tanto arrabbiare e preoccupare i genitori) possono rappresentare un primo segnale del tentativo di differenziazione, poiché permettono al ragazzo di avere qualcosa di proprio, non condiviso con il resto della famiglia. L’apparente predilezione del gruppo dei pari è un altro indice dell’importante lavoro svolto dai ragazzi, senza dimenticare che nonostante apparentemente sembri il contrario, resta un profondo interesse per la propria famiglia d’origine. Non a caso molti adolescenti problematici in realtà utilizzano la loro sintomatologia per aiutare i propri genitori o comunque per portare alla luce dinamiche familiari disfunzionali.

In sistemi familiari particolarmente rigidi l’adolescente può subire un blocco del processo di differenziazione, con esiti che potrebbero contrastare uno sviluppo sano ed equilibrato.

Un primo esito disfunzionale potrebbe riguardare un rallentamento dell’esplorazione di Sé e del mondo esterno. Confini familiari “ingabbianti” potrebbero infatti limitare la sperimentazione delle proprie caratteristiche e  la ricerca di risorse nell’ambiente esterno. Questo limiterebbe la possibilità di fare sbagli, di sperimentare e di “provare vari abiti” e modi di essere nuovi. L’adolescente così perde l’esperienza e l’investimento creativo e generativo su di sé, rimanendo ancorato a modelli e funzioni imposte e non scelti che, per quanto possano far sentire sicuri, chiudono rigidamente a determinate modalità e possibilità di essere. Ricordo una paziente in particolare, una giovane adulta, che aveva richiesto una psicoterapia per scoprire il proprio Sé autentico perché incastrata “negli abiti che mi hanno cucito addosso”. In questa direzione molte sono le esperienze di Falso Sé (Winnicott) cioè di uno sviluppo della propria identità che non ha sviluppato componenti autentiche di Sé ma ha tendenzialmente sviluppato queste componenti in direzione di una compiacenza estrema verso le richieste ambientali. Questo tipo di esperienza viene nel tempo esperita come mortificante e possono comparire sintomi depressivi, tristezza, chiusura. 

Un secondo esito disfunzionale potrebbe consistere in reazioni di eccessiva opposizione verso le proprie origini familiari con il conseguente tentativo di costruire la propria identità in totale contrasto con ciò che si è conosciuto e sperimento fino a quel punto e che, inevitabilmente, fa parte del proprio essere.

Lo sviluppo dell’identità in completa opposizione verso le proposte familiari, possono portare ad esiti altrettanto disturbanti in quanto anche in questa direzione non c’è lo sviluppo di una autentico Sé ma il cristallizzarsi di soluzioni permeate di rabbia e opposizione dove, poi di fatto, una separazione non c’è mai stata.

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14 Luglio 2020 • articoli_home, con i genitori, Netural Kids

LA PAURA NEI BAMBINI

di Ilenia Amati

Ciao mamme e papà, oggi vorrei parlarvi di Alice, una bambina piena di paure un po’come anche i nostri bimbi:

ALICE LA PAUROSA

Quando una porta sbatte
o un libro cade a terra,
Alice pensa subito:
“E’ scoppiata la guerra!”
Se qualcuno si avvicina
e la vuole salutare,
lei vien presa dal panico
e decide di scappare.
Durante l’intervallo,
ha il terrore di uscire,
perchè un paio di farfalle
la volgiono inseguire!
Alice salta in aria
e si mette a strillare
quando Mario lo stordito
all’imporvviso compare!
[…]
Aver fifa per Alice
è cosa di ogni giorno,
ma è davvero mostruoso
per chi le sta intorno!

                                                          (Da P. Bertrand, Alice la paurosa,
                                                                        Motta Junior, 2008)

“Alice la paurosa” è tratto da un libro di P. Bertrand edito da Motta Junior Edizioni nel 2008 ed è indicato per i bambini dai 6 anni in su. L’autore ci presenta comportamenti che sono spesso frequenti fra i nostri bambini, soprattutto a scuola: bambini che hanno paura di tutto.
Discutere con i nostri bambini di questi temi, magari a partire dall’ascolto di questa filastrocca, aiuta a migliorare la situazione e a trovare vie d’uscita per disagi che spesso si creano quando abbiamo a che fare con bambini come Alice.

A 8/9 mesi si il bambino sviluppa la prima paura: dell’estraneo, a 12/18 mesi della separazione (con massimo sviluppo intorno ai 3 anni), a 3/5 anni paura dei fantasmi, del buio, delle streghe, del lupo, di Babbo natale, di ammalarsi.

Tre sono i principali stili educativi genitoriali favorenti l’acquisizione delle più comuni paure nei bambini:

  • ipercritico: caratterizzato da un’elevata frequenza di critiche rivolte al bambino (rimproveri, biasimo, svalutazione), determinando nel bambino paura di sbagliare;
  • perfezionistico: convinzione che il bambino debba fare bene sempre tutto: il bambino sarà portato a temere in modo eccessivo la disapprovazione e la critica sviluppando ansia da prestazione soprattutto in ambito scolastico.
  • iperansioso-iperprotettivo: eccessiva preoccupazione dell’incolumità fisica cercando di prevenire ogni frustrazione che potrebbe vivere. Nel bambino si svilupperà la paura di tutti e che il mondo sia pieno di pericoli.

Invito i genitori a favorire l’apertura dei bambini nel raccontare le proprie esperienze in merito alle loro emozioni negative in modo da poter riflettere insieme sui modi più adeguati per imparare a controllarla e per migliorare i rapporti con gli altri.

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AL MARE SI MA …SENZA CIAMBELLINA!

Ciao mamme e papà, oggi darò qualche suggerimento per portare al mare i nostri bambini.

Siamo abituati a pensare il nostro piccolo mentre fa il bagnetto a mare dentro la classica ciambellina salvagente con la mutandina di plastica. In realtà, se pensassimo per un attimo al neurosviluppo dei bambini e alla conoscenza che essi hanno dell’acqua ci renderemmo conto che la ciambellina è un oggetto ostacolante. I nostri bambini sono abituati all’acqua perché hanno vissuto per nove mesi nel liquido amniotico. Se fossero messi in piscina appena nati i bambini saprebbero nuotare senza alcun supporto. La ciambellina salvagente lasciando “sospeso” il bambino in acqua non permette di percepire in maniera corretta l’acqua; il messaggio che involontariamente facciamo passare è che senza ciambellina si corre il pericolo di affondare: il cervello così apprende uno schema sbagliato e legherà all’acqua il bisogno di avere un oggetto che lo sostenga.

Ecco di seguito quindi qualche suggerimento:

1) Usare almeno fino a 3 anni le braccia di mamma e papà in acqua
2) Evitiamo il salvagente a mutandina nei primi mesi di vita: fa registrare un messaggio sbagliato. Inoltre può essere pericoloso per via dello sbilanciamento della testa in avanti.
3) Fino ai 18 mesi potremmo utilizzare un salvagente particolare: lo “Swimtrainer” che permette al bambino di assumere una posizione prona e impostare così il movimento autonomo delle gambine.
4) Dai 7-8 mesi prendiamo il bambino da sotto le ascelle
5) Per i bambini più grandi va bene l’utilizzo dei braccioli o delle cinture galleggianti
6) Se capita (come capiterà) che bevano un sorsetto d’acqua restiamo tranquilli: passerà il messaggio che è una cosa naturale e che può capitare.
7) Se vogliamo coccolarci un po’ per un breve arco temporale possiamo utilizzare il salvagente mamma/bambino: stimola la complicità e la fiducia

Ricordiamo: se ci divertiamo noi in acqua si divertono anche i nostri bambini! Buon mare e buone vacanze a tutti!

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13 COMPORTAMENTI CORRETTI PER UN BUON ATTACCAMENTO MAMMA-BAMBINO

di Ilenia Amati

Ciao mamme, oggi un argomento importante: l’attaccamento del bambino
Per verificare un attaccamento particolare del bambino nei confronti di una persona, molto spesso la mamma, è bene osservare alcuni comportamenti: il bambino protesta in caso di un suo allontanamento, saluta quando questa ricompare e, infine, utilizza la stessa come base per partire ed esplorare l’ambiente circostante. Più precisamente, dagli studi condotti dalla ricercatrice Mary. D. S. Ainsworth, emergono tredici comportamenti specifici che si vanno a collocare in momenti differenti dello sviluppo e che sarebbe utile sapere per non fare errori:
1- Vocalizzazione: questa attività risulta più intensa nel momento in cui il piccolo entra in contatto con la madre a partire dalla quarta e quinta settimana di vita.
2- Il pianto del bambino viene interrotto quasi esclusivamente se è la madre a prenderlo in braccio. Questo avviene a partire dalla nona settimana di vita.
3- Quando la madre si allontana, uscendo da una stanza, il piccolo può mettersi a piangere; lo stesso non avviene se ad allontanarsi è un estraneo. Quindicesima settimana di vita.
4- Anche il sorriso viene molto più intensamente attivato se lo stimolo visivo, uditivo ecc. è rappresentato dalla madre. Tredicesima settimana.
5- Se il bambino è tenuto in braccio da un estraneo, il suo sguardo rimane orientato verso e sulla madre. Diciottesima settimana.
6- Intorno alla ventunesima settimana il bambino saluta in modo caratteristico la madre quando ritorna da un periodo di assenza. Il bambino le dimostra tutta la sua felicità nel rivederla e voglia di contatto sorridendo e vocalizzando intensamente, agitandosi e alzando le braccia verso di lei. Se è già in grado di andare carponi le si avvicina.
7In presenza di altri estranei nella stanza oltre alla madre, il bambino tenderà comunque ad andare quasi esclusivamente verso di lei. Ventottesima settimana.
8- Se la madre si allontana dalla stanza il bambino tende a seguire lei e non altre persone. Ventiquattresima settimana.
9- Intorno alla ventiduesima settimana il bambino ha la tendenza ad arrampicarsi sulla madre, esplorandone il viso, i capelli, la persona in genere. Non fa’ altrettanto con gli estranei.
10- Verso la ventottesima settimana il piccolo ha la tendenza, una volta arrampicatosi sulla madre di ritorno dalle sue esplorazioni, a nascondere il suo viso nel grembo materno o in altre parti della sua persona.
11- Sempre tra il settimo e l’ottavo mese, il bambino inizia ad utilizzare la madre come “base sicura” per partire ad esplorare l’ambiente che lo circonda. Di tanto in tanto egli ritorna dalla base sicura. Non si osserva lo stesso comportamento nei confronti degli estranei.
12- Dall’ottavo mese il bambino cerca esplicitamente la madre quando ha bisogno di essere consolato. Di fronte ad uno stimolo spaventoso, dal quale il bambino è allarmato, egli si allontana il più rapidamente possibile correndo verso la madre, ignorando eventuali altre persone presenti nello stesso spazio.
13- Tra il nono e il dodicesimo mese, l’azione di aggrapparsi alla madre quando il bambino è spaventato, stanco, affamato o non sta bene diventa particolarmente intensa ed evidente.


La differenziazione di comportamenti di attaccamento tenuti dal bambino verso le persone che lo circondano risultano poco evidenti entro i primi quattro/cinque mesi, mentre a partire dal sesto mese diventano sempre più chiari. Se è vero che nella stragrande maggioranza dei casi la figura principale di attaccamento sarà per il bambino la madre, vi possono essere circostanze in cui tale ruolo venga svolto da altre persone come il padre o i nonni, per esempio quando la madre non sia presente.
Tuttavia nelle normali condizioni di accadimento, ovvero quando vi sia la presenza di entrambi i genitori, l’attaccamento principale sarà inizialmente verso la madre.

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9 Giugno 2020 • con i genitori, netural family

W I CENTRI ESTIVI!!! ATTIVITA’ MOTORIE ED EDUCAZIONE: IL GIOCO-ESPRESSIVO

di Ilenia Amati

Ciao mamme e papà, l’estate è alle porte e, dopo questo brutto inverno siamo pronti a riappropriarci di quella normalità di cui, in questi mesi, soprattutto i nostri bimbi sono stati privati. È tempo, ad esempio, della scelta del centro estivo; ci assalgono tanti dubbi: è il caso di iscrivere i bambini? Verranno mantenute le distanze? Mascherine si o no? Perché i costi sono aumentati? Tutte domande lecite. Le mie risposte quando mi vengono poste queste domande sono molto semplici: ai bambini la scelta del si o del no. Chiediamo loro se hanno voglia di incontrare gli amichetti (non tutti diranno di si, alcuni hanno ancora timori). Si è avuto un aumento dei costi perché la gestione di un centro estivo post emergenza Covid-19 richiede delle attenzioni che non possono essere tralasciate, richiede personale che non può essere approssimato, richiede spazi che non possono essere striminziti. I bambini hanno sicuramente bisogno di stare con i loro pari. Di rincorrersi, di abbracciarsi. Di rispolverare quella competenza emotiva che per un po’ è stata messa in standby. La domanda che consiglio ai genitori di porsi, qualora siano propensi ad iscrivere i propri figli ad un centro estivo, è questa: quale centro estivo è più adatto alle esigenze di mio figlio? Quale progetto educativo si sposa meglio con lui? Do per scontato che tutti i centri estivi che si stanno avviando sono “protetti”, rispettano le norme sanitarie e siano ben strutturati.
Quello che ritengo debba essere indispensabile nel progetto educativo, ed ancor di più in questo periodo, è che sia presente una pratica motoria che sviluppi tutte le forme di comunicazione atte a favorire l’esplorazione di sé e la comunicazione con l’altro. Mi riferisco alla presenza nell’offerta educativa di tutte quelle attività che mettono in atto prassi mimico- tonico- gestuali, grafico-musicali, verbali.
Queste attività possono essere sia individuali che di gruppo e comprendono:

  • giochi spontanei, simbolici e d’imitazione
  • animazione
  • drammatizzazione
    -mimo
    -espressione corporea
  • gestualità
  • danza espressiva

Fra queste, la drammatizzazione, l’animazione, l’espressione corporea, sono le attività di carattere espressivo più strutturate. Nella drammatizzazione, i bambini sono invitati a rappresentare i personaggi di una trama di un racconto già delineata; nell’ animazione, i bambini potranno sviluppare fino alla costruzione di una storia il racconto che verrà mimato; nell’ espressione corporea, i bambini, a differenza del mimo, saranno invitati nel modo più spontaneo possibile e senza alcuna preoccupazione di carattere estetico ad esprimere emozioni, sentimenti, pensieri.
I giochi d’imitazione- osservazione e di espressione corporea, riguardano i bambini da 3- 4 anni a 6- 7 anni. Fra questi qualche suggerimento:

  • l’imitazione differita quando il bambino corre liberamente in un ampio spazio; ad un segnale, su indicazione di un educatore/genitore il bambino è invitato a mimare animali, personaggi fantastici, robot, astronauti che camminano sulla luna, scalatori che salgono su una montagna, fachiri che camminano a piedi nudi sulla sabbia che scotta, ecc.
  • la rappresentazione di emozioni e sentimenti: alcuni spazi sono designati sulla base di un sentimento: tristezza, rabbia, gioia, ecc. che viene espresso da ogni bambino mentre attraversa quel determinato spazio.
  • La decodifica di un messaggio gestuale (mimo): due o tre bambini mimano un mestiere mentre gli altri cercano di indovinare di che mestiere si tratti.
  • L’ imitazione e trasmissione di emozioni la si può riscontrare con piccoli gruppi in riga. Il primo bambino di destra accenna ad un’espressione (esempio di pianto), il compagno vicino lo osserva e lo imita, poi, girandosi verso il compagno di sinistra, gli “restituisce” l’espressione raccolta, ma accentuata d’intensità; così di seguito fino all’ultimo bambino della riga.

Buona estate bambini, riappropriatevi del vostro tempo.
Buona estate mamme e papà e ricordate: se i vostri figli non frequenteranno un centro estivo, queste attività possono essere comunque fatte con voi!
Buona estate a tutti i colleghi che stanno partendo con i centri estivi: in bocca al lupo e buon lavoro!!!❤️

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4 Giugno 2020 • articoli_home, con i genitori

Smartworking o extreme working?

Quanto è stato difficile vivere questo lockdown da donna, madre e lavoratrice? Siamo arrivate in Fase 2 sfiancate, schiacciate tra famiglia e lavoro, con pochissimo tempo per noi e tantissime cose da fare, senza più il supporto dei nonni, della scuola, degli amici, delle nostre reti di aiuto, delle nostre valvole di sfogo.

di Mariella Stella

Quante volte siamo scoppiate a piangere perchè non sapevamo da che parte cominciare con le cose da fare? E quante altre ci siamo sentite delle pessime madri, delle pessime educatrici…insomma delle pessime, e ci siamo crocifisse per colpa di quel maledetto senso di colpa? Tante, troppe, con la sensazione di essere sole ma, invece, in ottima compagnia della moltitudine di donne, che, come ci racconta l’indagine IPSOS “DONNA E CURA IN TEMPO DI COVID19” hanno dovuto gestire da sole famiglia, figli e persone anziane, spesso insieme al lavoro: un carico pesante, che ha portato 1 donna su 2 in Italia a dover abbandonare piani e progetti a causa del Covid. 

E il passaggio da smartworking a extreme working si è compiuto in un attimo. Il tema ormai non è lo smartworking in sé ma le condizioni in cui viene svolto. È sempre più evidente quanto il Paese vada a due velocità sul tema delle famiglie. Chi gestisce una famiglia è chiamato ad essere veloce, efficace nel trovare rapide soluzioni organizzative, al passo con l’evoluzione della pandemia, con il ritorno ad una pseudonormalità, ma il welfare resta fermo, gli asili nido chiusi, le scuole pure, i centri estivi faticano a partire. Insomma, un carico insostenibile, un lavoro estremo a cui siamo costrette a sottostare, sentendoci ogni giorno sempre più sole.

La CGIL nazionale ha avviato la 1° Indagine sullo Smart working promossa dall’area politiche di genere e realizzata insieme alla Fondazione Di Vittorio per comprendere le ragioni alla base di percezioni tanto diverse dello smartworking e per individuare soluzioni e modalità per rendere davvero SMART il lavoro da casa. L’indagine, consultabile e scaricabile a questo link, fa emergere, ancora una volta, un carico maggiore sulle donne piuttosto divise tra esigenze lavorative e familiari.

In questi ultimi giorni molte testate giornalistiche, blog e organizzazioni del Terzo Settore ne hanno parlato, e come sapete, fare un po’ di rassegna stampa ci piace sempre per darvi qualche pillola di informazione 🙂

Buona lettura!

Valore D

Il Messaggero

Vanity Fair

Repubblica

Save the Children

Il Fatto Quotidiano

Donna Moderna

Wallstreetitalia

Io Donna

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1 Giugno 2020 • con i genitori, Senza categoria

IL TEMPO COME RITMO E MOVIMENTO”. APPROCCIO EDUCATIVO

di Ilenia Amati

Ciao mamme e papà, oggi parleremo dell’evoluzione e della strutturazione temporale del movimento nei bambini. La questione dell’evoluzione e della strutturazione temporale del movimento nei bambini può avere vari ambiti di interesse, io mi occuperò dell’approccio educativo.
Intorno ai tre anni il bambino dovrebbe disporre di una motricità globale ben organizzata temporalmente.
Ecco qualche consiglio affinché questo avvenga:
– lasciamo esprimere il proprio ritmo al bambino nel corso dei giochi spontanei e delle attività di libera espressione.
– Facciamo i girotondi e le danze cantate: sono un materiale molto utile per l’educazione ritmica e per la formazione musicale dei bambini, in quanto vi è una stretta relazione corporea che unisce i bambini con il canto e con i movimenti.
– I giochi motori accompagnati da percussioni permettono l’adattamento e il passaggio dai dati percettivi quali la voce, le battute di mano, ad esempio, che provengono dal proprio corpo a quelli che provengono dall’ambiente circostante.
– L’aggiustamento su tema musicale è la logica conseguenza delle precedenti esperienze in quanto stimola l’adeguamento dei bambini a condizioni di spazio e di tempo che gli sono esterne.
– L’espressione su tema musicale è inizialmente libera, successivamente si potrebbero utilizzare produzioni di musica per far esprimere al meglio il bambino, il quale, riascoltando la musica compirà gesti significativi che si adatteranno il più fedelmente possibile alla musica.

Attorno ai sei anni inizia ad essere favorevole uno sviluppo più finemente discriminativo della funzione temporale e ritmico attraverso queste prospettive:
favorire l’espressione dei ritmi corporei spontanei e la possibilità di sincronizzarli a supporti sonori adatti;
educare la percezione uditiva dei ritmi e più particolarmente quella delle strutture ritmiche;
apprendimento delle danze;
espressione corporea su basi musicali nella sua dimensione di messaggio estetico e gestuale.

Con il mio bambino di due anni e mezzo ci divertiamo a casa con il libro di Tullet: Oh! Un libro che fa dei suoni. Abbiamo imparato a modulare suoni e ritmi prima con la voce poi con il corpo.

Un consiglio: se possiamo accompagniamo i nostri bambini ai corsi di musica già da quando sono neonati (e perché no, già durante la gestazione), con il tempo noteremo tantissimi benefici!

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26 Maggio 2020 • con i genitori, Senza categoria

“COSA SERVE A MIO FIGLIO PER IMPARARE A GIOCARE?” L’EVOLUZIONE DEI GIOCHI DEI BAMBINI DA 0 A 12 ANNI

 

di Ilenia Amati

Ciao mamme e papà! Oggi parliamo di come far giocare i nostri bimbi, ma prima di cominciare dobbiamo ricordare che il gioco è in stretta relazione con la sua evoluzione percettiva, motoria, cognitiva, somatica e sociale. Questi aspetti, a seconda del loro livello di sviluppo danno una particolare caratterizzazione all’aspetto del gioco. La domanda che spesso mi viene fatta è: “Cosa serve a mio figlio per imparare a giocare?” la risposta è molto semplice: libertà (che non equivale a lasciarlo solo. Aiutarlo quando è lui a richiederlo), spazio (abbastanza per permettere al bambino di muoversi e sperimentare in sicurezza), materiali (stoffe, tazze, scatole, plastilina, …).

I giochi dei bambini possono essere distinti in giochi individuali, e vengono prevalentemente utilizzati sino ai sei anni, e giochi collettivi che progressivamente si sostituiscono ai precedenti, e in prevalenza hanno carattere motorio e assumono un rilevante significato sociale.
In base alle età di riferimento e agli aspetti funzionali possiamo distinguere:
Giochi simbolici e di immaginazione: questi caratterizzano il gioco del bambino fra i 3 e 7 anni.
Giochi funzionali: questi si dividono a loro volta in due: fino ai 6 anni circa sono quelli che si identificano nei giochi di esplorazione e di manipolazione, e quelli dai 7 ai 12 anni che assumono sempre più il “carattere di prodezza”, nei quali il bambino cerca sempre di più il confronto con ostacoli e compiti reali, in quanto compare in lui il desiderio di entrare in competizione con gli altri e di confrontarsi.
Giochi di regole: questi si chiamano così perchè hanno un significato diverso dagli sport sociali degli adulti. Sono molto ricercati fra i 7 e gli 12 anni ed esigono una ben definita strutturazione del gruppo: senso di solidarietà, senso morale, sentimento di appartenenza alla comunità, rispetto delle regole, capacità di comunicazione, cooperazione, organizzazione.
Giochi drammatici e temi musicali: questi rappresentano la naturale evoluzione dei giochi di immaginazione e simbolici verso forme di espressione più socializzate, ovvero la comunicazione si arricchisce di codici gestuali, artistici, estetici propri dell’ambiente sociale in cui il bambini vive. Cominciano già dalla primissima infanzia.

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