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Cosa è successo ai congedi di paternità per il 2017? Dimezzati, raddoppiati?

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di Sofia Sabatino
collaboratrice parlamentare

 

 

 

 

C’è grande confusione in questi giorni sul tema “congedi di paternità” e cioè quella quota di tempo che i papà possono dedicare alla cura dei bimbi piccoli, continuando a percepire una retribuzione pari al 100% del proprio stipendio.

Qualche giorno fa è circolata la notizia del loro dimezzamento. Ma era stato anche annunciato un loro raddoppio nel 2018…insomma, una gran confusione che di certo non aiuta mamme e papà che con fatica provano a destreggiarsi fra la burocrazia italiana per riuscire ad ottenere ciò che gli spetta: il tempo da poter dedicare alla cura dei più piccoli.

Proviamo dunque a fare un po’ di chiarezza.

Premessa doverosa: in Italia siamo ancora molto indietro sulla condivisione delle responsabilità genitoriali. Mentre negli altri Paesi Europei ai papà è riservata almeno una settimana di “tempo per la cura” (che brutta la parola “congedo” che fa sembrare così in contrapposizione maternità/paternità e lavoro), in Italia paliamo ancora di una manciata di giorni. Ma questo non è, a mio avviso, un buon motivo per diffondere notizie poco chiare o che non tengono conto dei cambiamenti che, con lentezza, stanno avvenendo anche in Italia su questo fronte.

Dunque: la notizia si è diffusa per via di una nota dell’Inps che specificava l’assenza, per l’anno 2017, dei giorni di congedo facoltativi, che nel 2016 erano due. 

Nel 2016 infatti si è conclusa la sperimentazione che prevedeva 2 giorni di congedo di paternità obbligatorio retribuito al 100% e 2 di congedo facoltativo, in sostituzione alla madre.

Per capirci meglio: il congedo di paternità obbligatorio prevede che il padre si possa assentare da lavoro a prescindere dal fatto che la madre sia o meno nel periodo di congedo di maternità. Il congedo facoltativo in alternativa alla madre, prevede invece che la madre “ceda” il suo congedo obbligatorio al padre, rientrando dunque a lavoro in quei giorni. Una misura quest’ultima che non ha avuto grande successo. Sono molte poche, infatti, le famiglie che hanno deciso di fare questo “scambio”: meno del 2% secondo le stime Inps.

Questa idea della “sostituzione” fra madre e padre, ai miei occhi, è un po’ in contrapposizione con il concetto di condivisione delle responsabilità, come se più che un lavoro di squadra la genitorialità fosse una “staffetta. Non mi sembra dunque un dramma il fatto che non sia stata riconfermata.

Non credo sia una questione di tagli. Il congedo di paternità facoltativo in sostituzione alla madre costa, infatti, al bilancio dello Stato molto meno di quello obbligatorio: stiamo parlando di 1 milione di euro, contro 10 milioni per ogni giorno di congedo obbligatorio. Questo perché per il congedo facoltativo deve essere stanziata “solamente” una quota che copre la differenza fra il congedo di maternità (retribuito all’80%) e quello di paternità (retribuito al 100%) e in generale fra gli stipendi femminili generalmente più bassi di quelli maschili.

Mi sembra invece più interessante la novità in corso: fino ad ora le sorti del congedo di paternità erano legate a sperimentazioni che dovevano essere rinnovate di anno in anno. A partire dal 2017 la misura prende invece un respiro più di lungo periodo: si confermano infatti i 2 giorni di congedo di paternità obbligatorio, e vengono in prospettiva aumentati i fondi per arrivare a 4 giorni nel 2018. In più nel 2018 è previsto un ulteriore giorno di congedo facoltativo in sostituzione alla madre.

La speranza è che la discussione si riapra in concomitanza con la prossima legge di bilancio, e che si riesca ad aumentare progressivamente i giorni, fino ad arrivare ai 15 previsti dalla proposta di legge 3376 Di Salvo – Fedeli. 

Succederà? Chissà! Intanto anche l’Ue indica che questa è la giusta direzione, e questo fa ben sperare.

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20 aprile 2017 • articoli_home, Netural Dads, netural family

The Walking DAD: non tutti i padri sono zombie!

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Ho sempre pensato che fare il genitore potesse essere la cosa più semplice al mondo, con un “no”, o un “si”, o un “vai in camera tua” si potesse avere il potere di gestire il tutto, in maniera semplice e sbrigativa.

E invece no. Farlo è una cosa, esserlo è un’altra. Desiderarlo invece è ancora un’altra cosa.

Ecco appunto, il desiderio. Un conto è desiderare di diventare genitori a 19 anni, quando si fantastica sul futuro, un conto è essere consapevoli di poterlo davvero diventare, con qualche anno in più sulle spalle, con qualche chicco di maturità nella zucca, e forse, qualche soldino che tintinna nella tasca, ma se dovessimo aspettare la stabilità economica qui in Italia non metteremo su mai famiglia e non vivremmo mai la bellezza di essere genitori.

Sono Giovanni Abbaticchio, ho 32 anni e sono padre di un figlio di due di nome Ludovico, e sposato con Annarita da tre anni, ma ci amiamo da dodici.

Sono autore e videomaker, scrivo, dirigo e monto video, sono laureato in Pedagogia Generale presso l’Università di Bari, e una passione sfrenata per la media-education.

Da quando è arrivato Ludovico, la mia vita non è cambiata, è semplicemente migliorata, spesso con Annarita quando lo osserviamo mentre dorme ci chiediamo: “ma come abbiamo fatto a vivere tutto questo tempo senza di lui?”. Guardarlo e ammirarlo durante il sonno credo sia diventato il mio hobby preferito, è una meraviglia, paragonabile al Louvre intero. Anzi meglio, che dico meglio, superiore.

Mio suocero mi racconta spesso che suo padre lo baciava nel sonno, perché così crescevano meglio. Beh, a mio parere, non c’è nulla di più sbagliato, i figli vanno baciati, coccolati e accarezzati ogni volta che si può e che ci va. E per fortuna, questo, mio suocero lo sa, e la regola di famiglia è stata trasgredita.

Il rapporto con mio figlio, nell’ultimo anno, è cambiato totalmente. Prima se c’ero o non c’ero, per lui era la stessa cosa, mi ha chiamato Mamma fino al giorno del mio onomastico ma solo quando gli andava, il 24 giugno scorso mi ha fatto un regalo chiamandomi…Babbo. Ho pianto. Mamma quanto ho pianto, di gioia. Ormai ci siamo messi a fuoco per bene, ci conosciamo, ci sorprendiamo, ci amiamo, ogni giorno, attraverso il gioco e la quotidianità. Vivo molto la casa e amo essere coinvolto nella gestione familiare e nelle faccende casalinghe, non mi tiro di certo indietro, ma detto tra noi, non disprezzo il divano e una bella partita di calcio con birra e pizza in solitaria. Oggi io e Ludovico abbiamo un rapporto, vero, autentico, ci scontriamo, discutiamo, parliamo, ragioniamo e giochiamo un sacco. Alle volte sono un po’ severo, altrimenti mi mette i piedi in testa, e faccio la voce grossa. Devo dire che ora basta uno sguardo e mi capisce al volo e questo mi aiuta tanto, e aiuta anche lui.

Ludovico è un testardo, segno toro, è deciso, sa ciò che vuole e come può ottenerlo, sa cosa può ottenere dalla mamma e quello che può ottenere da me. La mattina prima di accompagnarlo all’asilo invento canzoncine e storielle da raccontargli per convincerlo a lavarsi e a vestirsi e alle volte funziona, altre invece falliscono. Ma il più delle volte hanno il loro effetto.

L’asilo, dicevo. Galeotta fu quell’esperienza, quell’avventura che mi ha portato ad avere un’intuizione, una voglia matta di mettermi in gioco e raccontarmi senza nessuna inibizione e nessun pudore.

Tutto è nato durante l’inserimento. Dopo che mia moglie ha seguito la prima parte, a me è toccata la seconda, la più dolorosa, la più straziante. Il protagonista principale? Il distacco.

È toccato a me tagliare per la prima volta il cordone ombelicale, Ludovico piangeva perché non voleva che me ne andassi via ed io che esternamente gli trasmettevo tranquillità e serenità con un “dai amore ti divertirai tanto, gioca”, ma dentro di me era in atto la terza guerra mondiale. Volevo riprendermi il bambino e riportarlo a casa. Tra me e mio figlio però c’era di mezzo la maestra, che educatamente e con polso duro mi ha invitato ad andare via.

In preda ad un calderone di sentimenti contrastanti, ho deciso che questo mix di emozioni dovevo esternarlo, raccontarlo, incanalando i sentimenti in una figura, in una specie di super-eroe paterno, protettore di tutte le emozioni che un padre, un genitore, può vivere e provare.

Mi sono fatto coraggio, ho impostato la modalità video del mio I-Phone e ho iniziato a raccontare tutto.

E qui nasce The Walking DAD (non tutti i padri sono zombie), il mio progetto “social(e) dedicato ai papà.

A seguire sono nati vlog, foto e aneddoti dedicati a stereotipi che vedono protagonisti noi padri alle prese con figli, mogli, suoceri, genitori, amici e faccende quotidiane.Trovate tutto sulla mia pagina Fb, sul sito e su Youtube. Vi consiglio di vedere i video, sicuramente vi ritroverete.

 

Ho pensato che non c’è cosa più bella che raccontare le mie emozioni attraverso video, racconti, foto e altro, ma non solo, voglio esagerare, ho l’obiettivo di diventare il megafono di questa “categoria”.

The Walking DAD nasce per raccontare i sentimenti di un padre alle prese con la crescita del proprio figlio.

 

Voglio affrontare, più in là, tematiche inerenti a questa sfera poco trattata e poco tutelata. Un appuntamento frivolo, ironico e riflessivo sulla bellezza di essere genitori, di essere padri attraverso vlog e video-racconti.

The Walking DAD è un contenitore di pensieri ed emozioni, sogno fortemente che diventi un luogo dove i padri si possano confrontare, così come fanno egregiamente le mamme, dove si possano affrontare tematiche importanti e delicate come: la separazione, la paternità responsabile, i diritti dei padri, le unioni civili, le adozioni, la morte, le separazioni, le scelte, sempre con leggerezza ed intelligenza.

È una sfida sociale ostica e complicata, perché gli uomini sono allergici a questo tipo d’iniziative e confronti, ma sono sicuro che con il tempo e con il giusto spirito, il progetto può raggiungere obiettivi importanti.

Se vi va di seguire le mie avventure mi trovate su: www.thewalkingdad.it

FB: @thewalkingdadstory

Instagram: @thewalkingdadstory

Mail: thewalkingdadmail@gmail.com

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Congedo di paternità: Italia N.C.

Tutti i paesi europei prevedono il congedo di paternità strutturale, mentre l’Italia resta fanalino di coda: ecco un’analisi a confronto

In un ordine del giorno relativo al Milleproroghe, in discussione in questi giorni, ci si impegna a fare il punto sul congedo di paternità obbligatorio per i padri lavoratori, alla luce di un confronto con le legislazioni degli altri Paesi UE. Presentato da Nunzia Catalfo (M5S), l’odg chiedeva al Governo l’impegno a renderlo strutturale portandolo a 15 giorni (ipotesi già discussa, anche in sede di dibattito sul Jobs Act).

Vediamo una panoramica della situazione nei paesi europei (tutti prevedono una possibilità di congedo per i padri) nei quali le norme sono più evolute di quella italiana. In Italia, lo ricordiamo, il congedo è stato introdotto nel 2013 in via sperimentale e in base all’ultima manovra di Bilancio è pari a:

  • 2 giorni nel 2017,
  • 4 giorni nel 2018.

Sul gradino più alto del podio c’è la Norvegia, che prevede un congedo per i neo padri di 15 giorni, ai quali si aggiunge un congedo parentale (retribuito al 100%) di 54 settimane che si può dividere fra i due genitori nel seguente modo: nove settimane sono riservate alla madre e sei settimane al padre, mentre le restanti 39 settimane possono essere utilizzate da entrambi i genitori. In Finlandia il padre ha diritto a 54 giorni di congedo retribuiti. La Svezia, primo paese europeo ad aver previsto il congedo papà nel 1974, attualmente prevede per il padre un periodo di dieci giorni retribuiti all’80%. In Danimarca, due settimane di congedo da utilizzare nelle prime quattro settimane di vita del bambino.

  • Portogallo: 20 giorni di congedo, di cui 10 obbligatori;
  • Francia: 2 giorni da fruirsi entro quattro mesi dalla nascita del bambino;
  • Spagna: 15 giorni consecutivi retribuiti al 100%, altri 2 per nascite multiple;
  • Belgio: 3 giorni di congedo obbligatorio e 10 di facoltativo.

Noi vogliamo ricordare che in Italia è riconosciuto un congedo matrimoniale di 15 giorni retribuito al 100 % sia per la donna che per l’uomo.

Non vi pare che un figlio sia più importante di un viaggio di nozze?!

A voi l’ardua sentenza 🙂

*dati estrapolati da questo articolo
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3 febbraio 2017 • articoli_home, Netural Dads

Fare il papá significa cambiare la narrativa!

 

Grazie NETuraldads che state cambiando il mondo con il vostro esempio!

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Mia figlia, Malala (TEDtalks)

Il TED che abbiamo scelto per Dicembre è davvero speciale. Lo dedichiamo a tutti i papà e al loro ruolo importantissimo di educatori e compagni di vita.

Il padre di Malala racconta di società patriarcali e del dovere di difendere i diritti e la felicità delle donne, racconta di innamoramenti fatti di sguardi e di futuro e uguaglianza.

A noi ha fatto commuovere l’emozione e la fierezza di questo padre pachistano che sale sul palco per gridare al mondo il suo orgoglio per Malala Yousafzai, sua figlia, Premio Nobel per la pace 2014.

Facciamo davvero un grande augurio a tutti i nostri #NETuralDads e alle nostre meravigliose #NETuralFamilies che credono nella possibilità di un mondo capace di rappresentare tutti, indistintamente, con la stessa fierezza del padre di Malala.

Auguri per un Natale di Uguaglianza a tutti!

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Congedo di paternità: Dietro le quinte della battaglia parlamentare

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di Sofia Sabatino, collaboratrice parlamentare

Ce l’abbiamo fatta! Congedo di paternità approvato”.

Questo l’sms che mi è arrivato, giovedì scorso, da Titti Di Salvo, Vicepresidente del Gruppo Pd alla Camera dei Deputati, dopo diversi giorni di trepidante attesa.

Lavoro per Titti da inizio legislatura e ogni anno, per l’approvazione delle legge di stabilità (che da quest’anno si chiama di bilancio), il quadro è sempre lo stesso: un lungo presidio della commissione bilancio che sentenzierà sulle sorti degli emendamenti che abbiamo presentato.

Quest’anno è durato due giorni e una notte. Uno degli obiettivi: far passare l’emendamento che porta a cinque i giorni di congedo di paternità obbligatori.

L’emendamento è stato approvato ma con alcune modifiche: abbiamo ottenuto 2 giorni di congedo obbligatorio riservato ai papà per il 2017 e 4 per il 2018, a cui si somma 1 ulteriore giorno di congedo facoltativo in sostituzione alla madre, fruibili nei primi 5 mesi di vita del bambino.

La cosa positiva è che finalmente non dovremo sempre ripartire da zero: la presenza di una programmazione per il 2018 fa si che la norma abbia un respiro stabile e di lungo periodo, e soprattutto che, già dal prossimo anno, la discussione potrà ripartire dall’auspicabile ulteriore aumento del numero dei giorni e non, come è avvenuto fino ad ora, dal confermare o meno la presenza di un congedo riservato ai papà.

La cosa negativa è che siamo ancora lontani dall’obiettivo contenuto nella proposta di legge a prima firma Titti Di Salvo e Valeria Fedeli (N.3376) che punta ad ottenere 15 giorni di congedo di paternità obbligatorio, remunerato al 100%, da utilizzare nei 30 giorni successivi alla nascita.

Una proposta ambiziosa che prende spunto dagli esempi virtuosi che arrivano dall’Europa: fare della condivisione delle responsabilità genitoriali una priorità vuol dire non considerare più soltanto la madre responsabile del lavoro di cura dei più piccoli, ma vedere la genitorialità come un lavoro di squadra a cui ad eguali responsabilità corrispondono eguali diritti.

Non si tratta più soltanto di capire come conciliare la vita familiare e lavorativa delle mamme che fanno fatica a tenere tutto insieme, ma come suddividere questo lavoro più equamente all’interno della famiglia e allo stesso tempo lanciare un messaggio forte ad un mondo del lavoro ancora troppo restio a riconoscere e a non discriminare le responsabilità genitoriali“.

Una novità per il nostro Paese che fino ad un paio di anni fa non prevedeva alcuna forma di congedo di paternità.

I dati Istat ci dicono che la presenza dei papà nella vita familiare, soprattutto nelle famiglie più giovani, è in aumento. Un dato che la politica dovrebbe cogliere positivamente e incentivare. Purtroppo però la sensazione che si ha all’interno del “palazzo” è che questa non sia ancora una priorità: le misure, a mio avviso positive, per le famiglie e per il sostegno al costo dei figli presenti in questa legge di bilancio non sono poche ma, come per il congedo di paternità, la scarsità di risorse ne inficia un po’ i buoni propositi.

L’aumento dell’occupazione femminile come leva della crescita e del benessere del Paese è il tema prediletto di molti convegni, ma fatica poi a trovare un appoggio ampio quando si trasforma in misure concrete per cui sono necessarie risorse consistenti (ad esempio ogni giorno obbligatorio di congedo costa 10 milioni, mentre quello facoltativo 1,3).

Sul congedo di paternità pesa poi una doppia discriminazione: si fa fatica a realizzare che per aiutare le mamme, incentivare le nascite e aumentare l’occupazione si debba tirare in causa gli uomini o meglio i papà.

“E quindi…viva la campagna #cosavoglionoipapà e #chisonoipapà a cui anche NETural Family prende parte! Se ne sentiva il bisogno.”

Chissà che proprio grazie a questo movimento d’opinione che chiama in causa i papà non si riesca ad ottenere qualcosa di più e a fare questo passo avanti di civiltà. Noi ci crediamo!

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28 novembre 2016 • Le Famiglie Netural, Netural Dads, netural family

#Cosa vogliono i papà? Diamo voce ai papà italiani

In questi giorni è partita la campagna #Cosavoglionoipapà lanciata da Piano C per raccontare i papà italiani. Siamo molto orgogliosi che i nostri papà #NETuralfamily siano tra i primi protagonisti. L’iniziativa intende dar voce ai papà italiani, per promuovere il loro ruolo attivo e partecipe nella vita familiare e soprattutto raccontarne identità e desideri.

“La paternità è una rivoluzione.  Questo è quello che è emerso dalla prima ricerca condotta da Piano C in collaborazione con maam – maternity as a master su un campione di 50 papà attraverso interviste e focus group. Una rivoluzione-evoluzione, che cambia la persona, il suo posizionamento, la sua visione del mondo, le priorità; un’esperienza dirompente, che regala maggiore fiducia e autostima, cambia il proprio rapporto con le emozioni e la scala delle priorità, e che migliora le competenze: il 40% degli uomini intervistati associa alla paternità un “affinamento” di competenze e capacità, innanzitutto quelle relazionali e organizzative, ma anche l’attitudine all’autosservazione e una maggiore consapevolezza. La paternità cambia anche il rapporto con il lavoro. Per il 70% dei padri intervistati questo cambiamento riguarda il “tempo del lavoro”: il lavoro si ridimensiona e/o si riposiziona, trovando spesso un nuovo spazio nell’economia della propria vita.”

Ed eccoli i nostri papà, Carmine e Marcello, con i loro bellissimi bimbi, negli scatti di Francesca Zito, come primi testimonial della campagna nazionale di Piano C.

Il progetto rientra pienamente nella nostra idea di #neturaldads: papà partecipi, attivi e anche “tutelati” nei loro diritti fondamentali di genitori presenti.

Un mese fa a Casa Netural abbiamo organizzato con Piano C un bellissimo set fotografico in cui i nostri fantastici papà con i loro figli hanno posato per noi e si sono un pò raccontati. Siamo orgogliosi di essere in squadra con Piano C per iniziative così importanti!

Seguite l’hashtag #cosavoglionoipapà, rispondete al sondaggio realizzato in  in partnership con Alley Oop – Il Sole 24 Ore #chisonoipapà e diffondete la campagna!

Più siamo e più forte faremo sentire anche la voce dei nostri papà!

 

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30 settembre 2016 • Netural Dads

Paternità: servono congedi più lunghi!

Articolo pubblicato su InGenere | 20.11.2015

I congedi di paternità fanno bene a tutti: papà, figli, mamme e mercato del lavoro, ce lo dicono sempre più numerose ricerche. Una proposta di legge c’è, ma la sua discussione è stata rimandata: è ormai inaccettabile il ritardo italiano nell’approvare misure concrete.

Le ricerche sullo sviluppo del capitale umano mostrano che i legami più importanti, le influenze più significative e durature nel tempo si creano e si rafforzano nei primi anni di vita. I rapporti con le mamme si stabiliscono anche prima di nascere, ma i rapporti con i padri possono crearsi a volte molto più avanti nel ciclo di vita. Come mostrano molte ricerche di James Heckman, per ogni investimento in capitale umano è cruciale la dimensione temporale.   L’investimento di tempo dei padri quando i bambini sono in primissima età aiuta il loro sviluppo cognitivo negli anni seguenti, con una “produttività” non molto diversa da quella delle mamme. Inoltre, la presenza di un padre attivo, che divide equamente il lavoro familiare con la mamma, può diventare un importante modello positivo per le bambine e incoraggiare le loro aspirazioni. Secondo altre ricerche, la collaborazione dei padri nelle attività familiari e di cura favorisce la conciliazione lavoro famiglia sostenendo l’incremento dei tassi di fertilità e l’offerta di lavoro delle mamme. I congedi di paternità hanno proprio l’obiettivo di avviare e sostenere un percorso di riequilibrio del mercato del lavoro e di maggiore uguaglianza di genere nella famiglia.

Se guardiamo i dati sul tempo che i padri dedicano ai figli vediamo come gli italiani siano indietro: secondo i dati recenti di una ricerca condotta dal Sirc (centro di ricerche inglese specializzato in analisi dei trend sociali), i padri italiani dedicano ai loro figli in media 38 minuti al giorno, mentre le madri dedicano 4 ore e 45 minuti, nei paesi del nord Europa la media è di circa  64 minuti. Tra le ragioni di questa differenza oltre la persistenza di una cultura scarsamente orientata alla parità di genere dentro e fuori dalla famiglia c’è anche una questione di età. I padri italiani sono diventati tra i più vecchi d’Europa, in seguito alla crescente e prolungata convivenza con i genitori. Come mostrano i dati ISTAT, i padri italiani hanno il primo figlio in media a 33, sono tre anni più dei padri di altri paesi vicini come Francia, Germania Spagna e Svezia in cui l’età media al primo figlio è inferiore ai 30. Nonostante tutto, i dati sull’uso del tempo ci dicono che, anche in un contesto arretrato come quello italiano, i padri più giovani e istruiti stanno investendo di più nei figli piccoli e il tempo che dedicano ai figli sta diventando ormai paragonabile a quello dei paesi in cui c’e una maggiore uguaglianza di genere,

In Italia, la politica attuata finora dei congedi parentali non ha avuto molto impatto sui comportamenti paterni e la ragione forse più importante è quella economica. I congedi parentali dei padri pagati al 30% sono stati usati in misura molto limitata dai padri (anche se la proporzione lentamente cresce). Ad oggi i padri che prendono i congedi parentali facoltativi sono circa il 12 per cento dei beneficiari, in leggero aumento rispetto all’11% nel 2012 e il 10,8% nel 2011. Questi dati sono molto lontani da altri paesi dove i congedi parentali vengono retribuiti di più e la proporzione di padri che ne usufruiscono raggiunge livelli molto più alti (fino ad arrivare al 97% della Norvegia).

Come ci dimostrano i paesi dove i congedi vengono usati, per essere efficace, il congedo deve essere individuale, non trasferibile e ben retribuito. Minore la perdita economica, maggiore la probabilità che il padre prenda il congedo. I dati emersi da un intervento innovativo e sperimentale di contributo addizionale ai padri che prendono il congedo parentale nel primo anno di vita del/la loro bambino/a ne sono la riprova. La Regione Piemonte, con il bando Insieme a papà, ha previsto l’erogazione di un contributo ai padri lavoratori che usufruiscono del congedo parentale al posto della madre lavoratice. Questo “esperimento” avviato da alcuni anni, ha avuto risultati molto positivi e incoraggianti tanto che è stato proposto un nuovo bando per il 2015[5].

Va sottolineato come i congedi di paternità  individuali e non trasferibili, presi entro i primissimi mesi di vita del bambino, siano uno strumento importantissimo per formare da subito un rapporto diretto e profondo. Questo rapporto ha bisogno di tempo per essere costruito. In  Italia, il congedo di paternità introdotto dalla legge 92/2012  si limitava ad un unico giorno obbligatorio (con ulteriori due giorni facoltativi alternativi al congedo di maternità della madre) con scarse probabilità di produrre un effetto significativo  sui comportamenti nell’uso del tempo.

L’emendamento approvato dalla Commissione Bilancio del Senato ha prolungato al 2016 la sperimentazione di questa legge e raddoppiato la durata del congedo a due gioni obbligatori  (piu’ altri due facoltativi).  Sono sempre troppo pochi: il disegno di legge proposto da Valeria Fedeli  prevede  un congedo di paternità di quindici giorni, obbligatorio e pagato all’80% dello stipendio, come i congedi di maternità, va nella direzione giusta di creare maggiore eguaglianza di genere in famiglia e conseguentemente nel lavoro e di creare l’opportunità per i figli di avere da subito, appena nati, un rapporto diretto, individuale con i loro padri.

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1 agosto 2016 • Netural Dads, netural family

Volete più figli? Fate lavorare a casa i papà!

Articolo di Dorota Szelewa tratto da InGenere del 26 marzo 2015

Volete più figli?
Fate lavorare a casa i papà

Perché nascono così pochi figli in Europa? Sono ormai vent’anni che i governi europei interpellano team di esperti che fanno analisi, preparano rapporti e propongono soluzioni per stimolare la crescita demografica. Si dibatte sull’efficacia delle politiche che cercano di influenzare le scelte procreative delle persone.

Di solito, l’attenzione dei demografi si concentra tutta sulle donne: in primo luogo sulla loro scelta di avere o non avere figli e in secondo luogo su quanti figli decidono di avere.

Se l’obiettivo è quello di avere un ricambio generazionale un figlio solo non basta, bisognerebbe portare il tasso di fecondità a 2,10-2,15. Cosa peraltro fondamentale per la sostenibilità sul lungo periodo di welfare e previdenza e, allargando lo sguardo, per la sostenibilità di tutta la finanza pubblica.  Tutto questo, lasciando fuori altri scenari possibili come, per esempio, incentivare l’immigrazione per compensare il calo di fecondità, oppure un’eventuale desertificazione demografica dovuta a una crescita continua del numero di persone “childfree” (libere dai bambini) che deciderebbero comunque di non avere figli a prescindere da qualunque forma di sostegno i governi mettano in campo. In aggiunta, le previsioni economiche sulle evoluzioni della finanza pubblica cambiano nel tempo, è impossibile prendere in considerazione tutti i fattori, così come non è stato possibile predire il crollo demografico che sta vivendo l’Occidente.

L’Unione Europea ha centrato la sua programmazione politica per incentivare la crescita demografica sulla conciliazione tra tempi di vita e di lavoro, ne è un esempio il documento di Barcellona che fissa degli obiettivi sulla copertura degli asili nido. Queste politiche prendono come riferimento i paesi scandinavi che insieme alla Francia garantiscono un’alta accessibilità ai servizi per l’infanzia, registrando conseguentemente un tasso di fecondità più alto che nel resto d’Europa. I servizi per l’infanzia sono sicuramente il pilastro più importante delle politiche per la famiglia, ma il secondo pilastro su cui poggia la fecondità sono i congedi di paternità come strumento di base per promuovere una maggiore distribuzione tra genitori del lavoro di cura.

In confronto con gli altri paesi europei, i paesi nordici hanno la situazione demografica più stabile e sostenibile. Avendo vissuto un calo demografico tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, alcuni paesi del nord Europa hanno infatti riformato le loro politiche della famiglia, e tra le misure adottate, ci sono state quelle per favorire un maggiore coinvolgimento paterno. Contemporaneamente per quei paesi la parità di genere è diventata prioritaria e come conseguenza oltre a garantire l’accessibilità ai servizi per l’infanzia, tra il ’90 e il 2000 hanno promosso ed esteso i congedi di paternità. Attualmente in Norvegia e in Islanda ci sono tre mesi di congedo, in Svezia sono due e si sta discutendo se introdurre il terzo, e in Finlandia madre e padre hanno nove settimane ognuno; la Danimarca è l’unico paese in cui ci sono solo due settimane di congedo di paternità. Secondo il Global Gender Gap Index, l’Islanda è il paese che garantisce le migliori condizioni per la parità di genere, uno degli indicatori che pesa in questo risultato è l’introduzione nel 2001 di un congedo di paternità di tre mesi, che fin dall’inizio è stato utilizzato da un numero altissimo di padri: ben il 90% [1]. E anche se il numero è calato leggermente durante gli anni della crisi, l’effetto della riforma islandese è un grande aumento nel coinvolgimento dei padri nella cura dei bambini che ad oggi è parte integrante della cultura genitoriale del paese. Prima, la pressione sociale per gli uomini era quella di essere i principali responsabili del mantenimento economico della famiglia e il congedo di paternità non si allineava con questo ruolo tipicamente maschile, ad oggi, la percezione della paternità è cambiata. I padri vengono giudicati “male” se non si allontanano dal lavoro almeno per un paio di mesi per prendersi cura del proprio figlio.[2]

C’è un nesso così forte tra demografia e uguaglianza di genere? Anche se la ricerca sulle scelte procreative degli uomini è piuttosto scarsa, basandoci sugli studi esistenti possiamo dimostrare come i congedi di paternità rappresentino uno degli strumenti cruciali per dare slancio alla fecondità.

Iniziamo con le preferenze per quanto riguarda la scelta di fare figli; metodologicamente è molto difficile che le persone interpellate rispondano quello che davvero vogliono: potrebbero non esserne completamente convinte, ma confermare quello che pensano ci si aspetti da loro. Ma lasciando da parte queste considerazioni, e senza dare troppo peso a come è stata loro posta la domanda, sia uomini che donne dichiarano che vorrebbero avere due figli. C’è una piccola discrepanza di genere, gli uomini rispondo in media che vorrebbero più figli, succede in Polonia (uomini: 2,41/donne: 2,05), Portogallo (uomini: 2/donne: 1,71), Cipro (uomini: 2,87/donne: 2,65), Germania (uomini: 2,17/donne: 1,96).[3] Non stupisce che questi paesi non siano proprio in cima alla classifica della parità di genere, e sono spesso classificati come regimi di genere di tipo “familistico” o basati sull’uomo breadwinner (principale procacciatore di reddito). Il grafico 1 mostra le preferenze procreative di uomini e donne in Polonia, in due diverse situazioni: 1) persone giovani tra i 18 e i 24 anni senza figli e 2) persone trai 30 e i 34 anni che hanno almeno un figlio. Mentre le donne più giovani desiderano molto più dei loro coetanei di avere un figlio, questa situazione cambia subito dopo l’arrivo di un bambino in famiglia quando, mentre il 35% degli uomini vorrebbe altri figli, l’entusiasmo delle donne dopo la prima esperienza di maternità è drasticamente precipitato.

Perché succede? Perché l’esperienza di avere un figlio scoraggia le donne dal farne altri, mentre gli uomini rimangono aperti alla possibilità di averne ancora? Il grafico sotto mostra quanto si impegnano gli uomini nei lavori domestici, gettando una nuova luce sul perché le donne che non vogliono fare figli sono quelle dei paesi in cui c’è maggiore squilibrio nella distribuzione del lavoro domestico (ossia in cui gli uomini fanno molto meno).

Alcuni studi dimostrano come ci sia un legame causale tra l’impegno degli uomini e la voglia delle donne di avere più figli; per esempio, uno studio comparativo tra famiglie ungheresi e svedesi ha concluso che, nonostante il contesto culturale sia completamente diverso, c’è una correlazione valida per entrambi i paesi tra una distribuzione più paritaria dei lavori domestici e la probabilità di avere un secondo e addirittura terzo figlio.[4]

Fin qui tutto chiaro, ma possiamo davvero fare in modo che gli uomini si prendano più cura dei bambini? O la ‘quota papà’ funziona solo nelle società più progressiste mentre per tutti gli altri “congedo di paternità” significa obbligare i padri a prendersi una pausa dal lavoro contro la loro volontà e quando rientrano al lavoro tutto ritorna come prima? La ricerca sui comportamenti paterni riconferma l’importanza di congedi esclusivi (non trasferibili) per i padri.  Per esempio, secondo Nepomnyaschy e Waldfogel, i papà che prendono congedi di paternità più lunghi (almeno due settimane) a nove mesi di distanza hanno maggiori possibilità, rispetto agli uomini che non hanno preso il congedo, di ritrovarsi a svolgere compiti quotidiani legati alla cura dei bambini, come cambiare pannolini, preparare il cibo o dar loro da mangiare.[6]  Secondo lo studio di Jennifer Hook,[5] vi è una generale correlazione positiva tra politiche che promuovono una maggiore parità in famiglia e l’accrescimento del coinvolgimento paterno. Il fenomeno degli uomini che condividono di più il lavoro domestico in seguito a un congedo di paternità potrebbe essere interpretato come una specie di ‘straripamento’ del lavoro di cura svolto dagli uomini durante il congedo.

Ora, se torniamo al rapporto tra il coinvolgimento dei padri e la propensione delle donne a fare figli (specialmente dopo il primo), potremmo avere la risposta al perché un congedo di paternità esclusivo e obbligatorio funziona per far crescere la fecondità. In altre parole, le donne non vogliono fare figli con uomini che non si occupano dei propri bambini, e il miglior modo per incoraggiare i padri a cambiare il loro atteggiamento è di offrirgli la possibilità di prendere congedi individuali e non trasferibili per un tempo abbastanza lungo. L’effetto del congedo di paternità va quindi ben oltre l’effetto immediato di promuovere una maggiore condivisione del lavoro di cura.

Ma per funzionare bisogna che i congedi abbiano, in contemporanea, i seguenti requisiti:

  • Il congedo deve essere individuale e non trasferibile. Quando è la coppia genitoriale ad avere diritto al congedo sono soprattutto le donne ad utilizzarlo. Questo avviene sia per i condizionamenti di genere su maternità e lavoro di cura, ma anche per motivi meramente economici: siccome molti uomini guadagnano più delle loro compagne e il congedo non viene quasi mai retribuito al 100%, la famiglia perde di più se è il padre a prendersi una pausa dal lavoro. Con almeno due-tre mesi riservati al padre, il tempo che invece si prende la madre diminuisce: questo manda un segnale importante anche ai colleghi e al datore di lavoro, veicolando l’idea che prendersi cura dei figli non è una responsabilità principalmente femminile, cosa che può arginare la discriminazione delle donne sul mercato del lavoro.
  • Il congedo deve essere accompagnato da un buon livello di retribuzione. I congedi non retribuiti o retribuiti in maniera simbolica non funzioneranno mai per motivi economici (si veda il punto 1). Più grande la perdita economica e minore la possibilità che il padre prenda il congedo, anche se ne è ha diritto.
  • Il periodo di congedo dovrebbe essere abbastanza lungo, minimo un mese, auspicabilmente due o tre, altrimenti gli effetti del congedo sulla divisione del lavoro di cura nella famiglia potrebbero non essere significativi. I padri devono prendersi il tempo necessario per entrare realmente nella routine della cura della casa e dei figli, come per esempio cucinare per i bambini ma anche per la moglie che lavora.

Non sto dicendo che tutti dovrebbero avere una grande famiglia. Alcune famiglie potrebbero scegliere di avere un unico figlio, a prescindere da tutto, altre coppie potrebbero decidere di non averne mai, mentre altre ancora potrebbero pensare che il mondo è abbastanza affollato e scegliere la via dell’adozione. Ma quelli che invece desiderano avere figli, tutti quelli che ne vorrebbero almeno due, hanno bisogno di un sostegno adeguato. I governi europei vogliono incrementare la fecondità? Allora devono convincere i papà a lavorare di più… a casa.

NOTE

[1] Ásdís A. Arnalds, Guđný Björk Eydal and Ingólfur V. Gíslason. 2013. “Equal rights to paid parental leave and caring fathers ‐ the case of Iceland”. Icelandic Review of Politics and Administration, 9 (2): 323‐344.

[2] Commento da attribuire a Hrannar Björn Arnarsson.

[3] Eurobarometer, 2006, Childbearing preferences and family issues in Europe.

[4] Olah L. 2003. “Gendering fertility: Second births in Sweden and Hungary”. Population Research and Policy Review, 22 (2): 171-200.

[5] Nepomnyaschy L. and  J. Waldfogel. 2007. “Paternity leave and fathers’ involvement with their young children: Evidence from the American ECLS-B”. Community, Work and Family, 10: 427-453.

[6] Hook J. L. 2006. “Care in Context: Men’s Unpaid Work in 20 Countries, 1965-2003”. American Sociological Review, 70:639-660.

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22 giugno 2016 • Netural Dads

Diventa un partner 50/50 (5 consigli)

La forza di una famiglia in cui entrambi i genitori collaborano in maniera paritaria è incredibile. Il rispetto reciproco cresce e anche i nostri figli respirano un’aria più serena e collaborativa. E soprattutto diventeranno adulti rispettosi dei reciproci spazi e della reciproca libertà. 

Ecco perchè ci piace immaginare di veder nascere in giro per l’Italia tanti nuovi partner 50 e 50, felici di esserlo e interessati anche a raccontarci le loro storie.

Per condividere con noi le vostre esperienze potete scrivere a hello@neturalfamily.com.

Andiamo per ordine, iniziamo con qualche consiglio per i neopapà, quelli che “aiuto, sono diventato davvero papà!” e che vivono la gioia del nuovo arrivo.

I consigli sono tratti da Bimbi Sani e Belli

1. tempo dedicato

Se possibile, in concomitanza con la nascita del piccolo, prendere qualche giorno di ferie o di permesso. Così si può assistere al parto, riposarsi e occuparsi della casa, mentre mamma e bebè sono in ospedale, e non perdersi nulla della nuova vita a tre una volta che i due ritornano a casa.

2. accudimento partecipato

Partecipare il più possibile all’accudimento del bebè. Fin dai primi giorni, offrirsi di cambiare il pannolino, fargli il bagnetto, vestirlo. In questo modo non si rischia di sentirsi esclusi e si stabilisce un contatto diretto con il neonato.

3. aiuto in casa

Fra i consigli “perentori” c’è anche quello di aiutare la mamma con le faccende domestiche. Fare la spesa, cucinare, lavare i piatti. Dopo il parto, infatti, la donna è molto stanca e deve riposare.

4. accoglienza intelligente

Gestire in maniera “intelligente” le visite di amici e parenti. Mamma e neonato hanno bisogno di tranquillità e pace per riprendersi dalle fatiche del parto e imparare a conoscersi. Il neopapà deve imparare a dire qualche no e a stabilire una sorta di agenda degli appuntamenti.

5. sostegno

Sostenere e incoraggiare la donna che allatta. Non sempre, l’avvio dell’allattamento al seno è facile e la mamma può avere tanti dubbi. Avere accanto un compagno che la rassicura, la capisce e la conforta è fondamentale.

 e noi aggiungiamo: godetevi tutte le emozioni confuse e inebrianti che l’arrivo dei vostri piccoli porta con sè, senza risparmio. 🙂

 

 

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