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In arrivo gli incentivi 2017 per la famiglia

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Il 15 ottobre è stato presentato il Pacchetto Famiglia del Governo previsto nella legge di Bilancio 2017. Molte le novità e gli aspetti da approfondire.

C’è un problema di fondo, però, che sembra permanere anche nelle nuove misure. E’ la mancanza di un “sistema di welfare” per la famiglia, l’assenza di una reale tutela per le donne che rientrano dopo la maternità a lavoro. Ed è un’azione che va innescata anche dal punto di vista “culturale”, bisogna esserne consapevoli. Le soluzioni economiche sono solo una piccola parte della faccenda, il grande tema è di atteggiamento sociale, di approccio sul lavoro,  è  di tipo organizzativo, perché in presenza di leggi a favore della flessibilità orari,a i datori di lavoro sembrano far finta di nulla o ritengono che sia ancora un’opzione a cui poter dire no. Deve essere un diritto dei genitori invece, e occorre cominciare a porsi il problema, anche a livello governativo.

Ecco in un articolo di Corriere.it alcune anticipazioni sulle proposte del governo.

Articolo di Rita Querzé da Corriere.it del 18 ottobre 2016

I nuovi bonus dal 2017 per le famiglie in attesa

Ottocento euro prima della nascita e mille euro l’anno per l’iscrizione al nido. Queste le due nuove misure del «pacchetto famiglia». Garantite entrambe indipendentemente dal reddito. Confermato il voucher baby sitter per le mamme che rientrano al lavoro subito dopo i cinque mesi di assenza obbligatoria. E anche il bonus bebé in aiuto ai nuclei con i redditi più bassi. Arriva inoltre un fondo per sostenere il credito a favore delle famiglie con nuovi nati

Mamma domani: 800 euro già prima della nascita

Seicento milioni di euro per il 2017 e 700 milioni per il 2018. Questo mobilita la legge di Bilancio per il 2017 per la famiglia. Come è stato annunciato ieri dal ministro per le politiche della famiglia Enrico Costa, si tratta di misure strutturali. Dal 2018 il governo Renzi prevede poi una riforma dell’Irpef in cui dovrebbe essere inserito un «fattore famiglia». In sostanza, il trattamento fiscale dovrebbe avere vantaggi crescenti con l’aumentare dei figli. Per quanto riguarda le misure che partiranno dal 2017, la prima novità del pacchetto famiglia riguarda un assegno di 800 euro per tutti i nuovi nati dal primo gennaio 2017. Questa somma sarà erogata prima ancora della nascita per fare fronte alle prime spese dovute alla gravidanza.

Il bonus bebé resta ma non aumenta

Il bonus bebé è una misura già esistente a sostegno delle famiglie a basso reddito. Si tratta di 80 euro al mese per tre anni (960 euro l’anno) a partire dalla nascita del figlio alle famiglie che hanno un Isee inferiore ai 25 mila euro. Per i nuclei con Isee inferiore a 7.000 euro l’anno si sale a 160 euro al mese pari a 1.920 l’anno. Nei mesi scorsi il ministro della Salute Lorenzin aveva lanciato l’idea di un aumento del bonus bebé (prolungamento a 5 anni e raddoppio della cifra mensile a 180 euro). Questa opzione non è passata per lasciare posto ad altre misure. E’ però raddoppiato l’assegno per i nuclei familiari che hanno un reddito lordo annuo inferiore ai 7.000 euro.

Buono nido fino a mille euro

Verrà garantito un «buono nido» fino a mille euro l’anno a tutti i bambini nati dal primo gennaio 2016 e fino ai tre anni di età. Attenzione, però, ai mille euro si arriva se il piccolo resta iscritto al nido tutto l’anno, altrimenti il bonus spetta in quota parte. Anche il buono nido verrà garantito a tutti, indipendentemente dal reddito.

Fondo credito per le famiglie che crescono

Nei prossimi tre anni il governo metterà 60 milioni di euro a costituzione di un fondo che servirà a garantire i prestiti a tasso agevolato a favore delle famiglie per le spese legate all’arrivo di un figlio.

Voucher da 600 euro per aiutare le donne a tenersi il lavoro

Il Voucher baby sitter è confermato per due anni e il finanziamento nel 2017 raddoppia. Si tratta di 600 euro al mese per pagare nido o baby sitter alle donne che tornano al lavoro subito dopo la maternità obbligatoria. Il voucher dura per i sei mesi corrispondenti al congedo facoltativo a cui la donna rinuncia. Quest’anno il bonus per le dipendenti era finanziato con 20 milioni di euro, gia finiti a luglio. Dall anno prossimo si sale a 40 milioni. Il finanziamento per le autonome passa da tre a dieci milioni.

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Le mamme hanno bisogno di essere “insieme”

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Ci sono anche storie belle da raccontare di rientri a lavoro non traumatici, di accoglienza, di tribù che ti fanno sentire a casa, anche a lavoro, e che ti fanno sentire che la tua nuova condizione di mamma non potrà che essere un’opportunità per tutti. Questa è la storia di Sofia Borri, direttore di Piano C, tornata a lavoro dopo la sua seconda gravidanza.

Articolo di Sofia Borri del 20 ottobre 2015  pubblicato su Piano C 

“Per crescere una mamma ci vuole un villaggio”

Sofia a Piano CIeri sono tornata al lavoro dopo la mia seconda maternità e ad accogliermi ho trovato questo post di Riccarda. Mi ha fatto un immenso piacere per tante ragioni.

Perché è bello sapere che qualcuno ti aspetta.
Perché mi ha dato la carica per affrontare le prossime settimane che saranno un importante cambiamento
per me e la mia bambina.
Perché mi ha ricordato che far bene il proprio lavoro vuol dire voler bene ai propri progetti così come alle persone.
Perché è giusto, importante e bello che proprio a Piano C sperimentiamo tutto questo a partire dalla nostra organizzazione e lo raccontiamo come qualcosa di possibile. Possibile non solo a Piano C.
Perché non dobbiamo più far credere che per tornare al lavoro si debba essere delle wonder woman o che, peggio, la responsabilità di questa scelta in termini di fatica, stress, ansia e a volte addirittura colpa sia tutta sulle spalle di noi donne.

Per questo ho pensato di raccontarvi di cosa è fatto questo rientro dalla maternità, che sembra speciale e privilegiato ma così non dovrebbe essere.

A renderlo possibile siamo in tanti, un intero villaggio (parafrasando un antico proverbio africano). Innanzitutto io, la mia libera scelta e il mio desiderio di riprendere in mano i miei progetti e il mio lavoro. Poi uno spazio di lavoro che mi accoglierà con Adele per il tempo che riterrò necessario, per non dover smetter di allattare e per rendere il distacco più graduale (grazie Cobaby).

Poi colleghe e colleghi che considerano naturale il fatto che in questa fase della mia vita io intrecci il lavoro alla cura della mia bimba e non si scandalizzano per un pannolino o una sdraietta dove meno te l’aspetti.
Un’organizzazione intera che non ha bisogno di controllare il mio lavoro e sa che, offrendomi la possibilità di gestire con flessibilità il mio tempo, sicuramente farò del mio meglio, anche per il fatto che ora ho qualcuno in più a cui pensare.

Infine, ma non per ultimo, un compagno che condivide come me la cura e la responsabilità delle nostre figlie, negoziando giornate di congedo con la sua azienda, sollevandomi dalla gestione della casa e considerando il mio ritorno al lavoro come qualcosa che fa bene a me e alla nostra famiglia e che serve anche un po’ a questo paese per raccontare che in un modo diverso si può e si deve fare.

Ed è responsabilità di tutti e tutte.

 

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11 ottobre 2016 • netural family, Senza categoria

Netural Family lancia il nuovo sito e il nuovo progetto al #RENAfestival

Netural Family ha lanciato ufficialmente il suo nuovo sito internet e le sue attivitá in occasione del Terzo Festival delle Comunità del Cambiamento organizzato da RENA  dal 7 al 9 ottobre al BASE Milano.

Piú di 40 partecipanti hanno animato il nostro workshop “Nuove famiglie. Welfare e pratiche dal basso” di domenica 9 ottobre. Dopo l’introduzione delle tre socie di Netural Family che hanno presentato il progetto e il sito internet online,  sono intervenute Crisitina Tajani (Assessore al Comune di Milano per il lavoro), Riccarda Zezza (PIANO C, MAAM e Voltaitalia), Barbara De Micheli (Fondazione Brodolini), e Rossana Scaricabarozzi (Action Aid).

A seguito della risposta molto positiva in termini di partecipazione della Call lanciata da Netural Family in luglio 2016 per raccogliere casi di welfare dal basso in Italia, sono state selezionate le sei esperienze piú significative per partecipare al workshop e raccontare la loro storia. Fra di loro, Alveare, Archilabó, Le Isole di Wendy, Smallfamilies, Spazio Co-Stanza, Welfare Locale.

Sono esperienze fra di loro diverse ma accomunate da una grande visione e passione, e siamo felici di averle conosciute e averle fatte conoscere fra di loro perché abbiamo la certezza ch14633599_10153866715772050_8330996358686640506_oe creare una rete di organizzazioni attive sul territorio sui temi del welfare famigliare sia uno degli aspetti centrali per dare voce ai bisogni delle famiglie. Speriamo cosi di aver creato i presupposti per iniziative congiunte.

Sfoglia l’album di foto dal nostro account Facebook NETURAL FAMILY e ritrova i protagonisti del workshop.

Oltre al workshop di domenica Netural Family ha voluto anche invitare Annalisa Monfreda, Direttrice di Donna Moderna e Starbene, ad intervenire nella sessione plenaria del Festival di sabato mattina quando una serie di speech ispirazionali hanno lanciato i temi cruciali della tre giorni milanese. Potete rivedere l’intervento di Annalisa Monfreda dal titolo “Senza leadership femminile non c’è vero cambiamento“ a partire dal minuto 29 della diretta streaming dell’evento.

Quindi amici, siamo partite! Vi invitiamo a darci una mano in questa fase di startup, segnalateci cosa manca o cosa vorreste trovare sul nostro sito, diffondete il verbo, proponeteci partnership e progetti, qui è tutto un gran bel fermento!

 

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“Senza leadership femminile non c’è vero cambiamento”. Annalisa Monfreda al #RENAFestival.

Annalisa Monfreda, Direttrice di Donna Moderna e Starbene, ha accettato l’invito di Netural Family di partecipare al Terzo Festival delle Comunità del Cambiamento organizzato da RENA con un intervento dal titolo “Senza leadership femminile non c’è vero cambiamento“. A partire dal minuto 29 della diretta streaming dell’evento, è possibile rivedere il suo intervento.

 

Potete leggere le storie che racconta Annalisa Monfreda sul suo blog.

Buona visione!

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2 agosto 2016 • Le Famiglie Netural, netural family

Netural Family al Festival delle Comunità del Cambiamento

Racconteremo il nostro mondo e il nostro modo.

Domenica 9 ottobre Netural Family si presenta al grande pubblico del Festival delle Comunità del Cambiamento di RENA con un nuovo sito e una nuova strategia: da spazio fisico – nella splendida Matera – a community nazionale.

Un manifesto, un blog e una comunità per condividere informazioni e soluzioni per famiglie felici.

Abbiamo organizzato un bel tavolo di discussione dal titolo “Nuove Famiglie. Welfare e pratiche dal basso” perchè crediamo che il tema e la centralità della famiglia siano una questione politica molto importante che deve essere messa al centro dell’agenda del Paese. Un Paese che non cresce, che non fa figli: per mancanza di servizi, di politiche adeguate a sostegno della genitorialità, della conciliazione impossibile tra vita e lavoro. Così le politiche di welfare familiare si intrecciano con le questioni di genere, di una società che non ha ancora interiorizzato ruoli evoluti di madri che lavorano e uomini alle prese con una paternità partecipata. Ma qualcuno lo sta facendo, mettendo in essere soluzioni innovative e condivise ai bisogni delle famiglie di oggi.

Ne parleremo con: Riccarda Zezza (Piano C, Maam, Voltaitalia), Cristina Tajani (Assessore alle politiche per il lavoro, Sviluppo economico, Università e Ricerca, Comune di Milano), Barbara De Micheli (Fondazione Brodolini) e i casi – Le isole di Wendy, Archilabò, Spazio Co-Stanza, Welfare Locale, Small Families, L’Alveare – che abbiamo selezionato con la nostra call e che trovate anche nella sezione Innovazione Sociale

Dove: Base Milano, 9 Ottobre, ore 10.00 – 12.00

 

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2 agosto 2016 • netural family, Netural Women

La ripresa è donna

Articolo di Mariella Stella pubblicato su Gli Stati Generali | 11.05.16

Pensavo, stamattina, alla mia condizione di donna: bi-mamma, lavoratrice dipendente e anche imprenditrice, compagna di Andrea, divisa tra figli, lavoro e passioni, con un ritmo di vita altissimo e con poco tempo per sè.

Pensavo a mia madre, lei tri-mamma, lavoratrice e moglie, e a tutte le volte che in piena notte la trovavo ancora alle prese con le cose di casa.

Ho ripercorso gli ultimi anni della mia vita, e ho ripensato ai lavori che ho fatto e cambiato, alla mia esperienza di impegno civico in RENA fino alla sfida di Casa Netural che vivo ogni giorno, alla prova del territorio, al confronto con le persone.  E ho iniziato a scandagliare l’esperienza del nostro Incubatore di Sogni Professionali, che supporta persone che hanno voglia di rimettersi in gioco nel fare il lavoro che hanno sempre desiderato o che decidono di sperimentare la ricchezza di un fallimento, il privilegio di cambiare ed evolversi, la possibilità di reinventarsi e rimettersi in gioco.

Se stai leggendo questo articolo e sei un uomo probabilmente queste ultime parole ti suoneranno strane, quasi fastidiose, “la ricchezza di un fallimento” è un ossimoro, crea fastidio, fa sentire inadeguati, eppure sono certa che se sei una donna la cosa non ti sconvolgerà così tanto.

Ho ripensato, stamattina, agli ambienti di lavoro in cui ho lavorato negli ultimi dieci anni. Non posso lamentarmi, poteva andarmi peggio, eppure spesso, davvero troppo spesso, mi sono ritrovata a provare una strana sensazione. Quella di dover sempre dimostrare che avere un figlio non era un problema, che averne due era davvero easy, che ero degna di fiducia anche se mamma.

Poi, un giorno, grazie all’esperienza di Casa Netural e al continuo confronto con donne, mamme e non, e con tanti uomini di ogni età, ho capito che le cose stavano in maniera decisamente diversa.

L’ho capito un pomeriggio, mentre eravamo impegnati in uno degli incontri del nostro Incubatore, ho guardato, per un momento, la situazione dall’esterno e ho visto solo donne intorno a me. Stavamo incubando 8 sogni di lavoro inerenti a tematiche diverse ma il dato di fatto è che erano tutte donne.

E così nei minuti successivi ho ripercorso gli ultimi 4 anni di esperienza a Casa Netural e ho ripensato a tutte le persone che si sono affacciate e che si affacciano nel nostro Incubatore di Sogni e nel nostro coworking anche per proporre solo un evento, o meglio ancora un progetto, e ho iniziato a contare le donne.

Erano davvero tante, una percentuale schiacciante, un dato inconfutabile.

Non ho mai amato le casistiche di genere ma non ho potuto far finta di niente, ci ho pensato per giorni, osservando anche meglio determinate dinamiche, i profili di chi arrivava, e ho capito che i tempi sono davvero maturi per un cambio di rotta decisivo, la ripresa è donna.

Non voglio che vi facciate l’idea di un modello di donna vincente e con gli attributi, non amo che si diano alle donne attributi che fisiologicamente non appartengono loro, ma voglio che consideriate seriamente questa nuova prospettiva, già in atto. Quella di un mondo femminile che si mette in gioco, che non ha paura di sbagliare, ma ha un’immensa voglia di provare e di entrare nel mondo,  spesso e soprattutto con il  suo status di mamme, incasinate, stressate e appassionate, pronte ad imparare cose nuove e modi nuovi ma non a rinnegare la propria maternità o a viverla come un’alternativa alla realizzazione professionale.

Non tutte le donne che sono passate da noi sono riuscite a rimettersi in gioco fino in fondo, alcune sono tornate indietro, molto spesso scoraggiate da parenti e mariti , riportate alla realtà da doveri di cura parentale, sventolati come minacce dai loro compagni di vita, da genitori terrorizzati dal cambio di rotta e da amici ostili al cambiamento.

Ma tutte, davvero tutte, anche quelle che sono tornare indietro, avevano negli occhi una grande voglia di riscatto, di riconoscimento, la speranza di poter realizzare se stesse anche da madri. E spesso ho avuto l’impressione che affidassero a chi restava la loro missione. Sento di portare dentro la voglia di riscatto di tutte loro e di voler provare ogni giorno a realizzare un pezzo di quel cammino.

“Robe da femmine” direbbe qualcuno; “Troppi sentimentalismi” ho sentito dire spesso; “Avete voluto l’uguaglianza e ora tenetevela e adeguatevi” mi ha detto un collega una volta. Ma l’uguaglianza rispetto a cosa, mi chiedo, rispetto ad un modello ancora maschile del mondo? Quella nessuno l’ha mai chiesta. Dateci la dignità delle differenze, l’orgoglio delle diversità che arricchiscono, dateci la capacità di ricostruire da quelle differenze un mondo fatto di cura, di accoglienza e di imperfezione.

Le donne che ho incontrato non hanno il terrore di essere imperfette e rispetto al fallimento sanno farsi anche una risata, alzare le spalle e pensare a cosa inventarsi per ricominciare. Sbagliare non deve far paura, lo impariamo da mamme, guardando i nostri figli mentre cadono e si rialzano, mentre provano e riprovano a mettere insieme i pezzi di quel puzzle così difficile, o ad andare in bici senza rotelle. Spesso, invece, vedo uomini spaventati dal fallimento, che per la paura di riconoscersi inadeguati non si buttano nemmeno, o ci provano sapendo già che ce la faranno, uomini che nella prospettiva di dover cambiare strada si perdono, che non riescono a concepire l’idea di non farcela. Li ho visti con questi occhi e da mamma di due maschi penso che dovrò fare di tutto per insegnare ai miei bambini quanto sia bello e disarmante dire “non ce la faccio, mi aiuti?” o dire “ho sbagliato”, penso che se avessimo più donne che non vogliono fare gli uomini ma essere solo e meravigliosamente donne, il mondo sarebbe più capace di rialzarsi e sorridere, sempre.

Nel lavoro come nella vita le differenze sono la ricchezza più importante, le narrazioni al maschile hanno fatto il loro tempo, credo che narrare  a più voci la storia, la vita, il lavoro, sia davvero una possibilità irrinunciabile per costruire una società e un’economia diverse.

Pensavo a questo anche nei giorni della Sharing School, un’esperienza formativa dedicata all’economia collaborativa, che si è tenuta a Matera dal 27 aprile al 1 maggio. Si parlava di territori e città collaborative e si è parlato molto anche di competenze e attitudini per la collaborazione. Le parole più usate sono state“cura”, “fiducia”, “ascolto”, parole vicine alla parola donna, mamma, a quel femminile che è anche in molti uomini, in molte realtà di impresa emergenti, purtroppo ancora troppo poco nelle istituzioni, ma il processo è in atto, ed è un processo di risalita, e la parola risalita è donna.

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1 agosto 2016 • Netural Dads, netural family

Volete più figli? Fate lavorare a casa i papà!

Articolo di Dorota Szelewa tratto da InGenere del 26 marzo 2015

Volete più figli?
Fate lavorare a casa i papà

Perché nascono così pochi figli in Europa? Sono ormai vent’anni che i governi europei interpellano team di esperti che fanno analisi, preparano rapporti e propongono soluzioni per stimolare la crescita demografica. Si dibatte sull’efficacia delle politiche che cercano di influenzare le scelte procreative delle persone.

Di solito, l’attenzione dei demografi si concentra tutta sulle donne: in primo luogo sulla loro scelta di avere o non avere figli e in secondo luogo su quanti figli decidono di avere.

Se l’obiettivo è quello di avere un ricambio generazionale un figlio solo non basta, bisognerebbe portare il tasso di fecondità a 2,10-2,15. Cosa peraltro fondamentale per la sostenibilità sul lungo periodo di welfare e previdenza e, allargando lo sguardo, per la sostenibilità di tutta la finanza pubblica.  Tutto questo, lasciando fuori altri scenari possibili come, per esempio, incentivare l’immigrazione per compensare il calo di fecondità, oppure un’eventuale desertificazione demografica dovuta a una crescita continua del numero di persone “childfree” (libere dai bambini) che deciderebbero comunque di non avere figli a prescindere da qualunque forma di sostegno i governi mettano in campo. In aggiunta, le previsioni economiche sulle evoluzioni della finanza pubblica cambiano nel tempo, è impossibile prendere in considerazione tutti i fattori, così come non è stato possibile predire il crollo demografico che sta vivendo l’Occidente.

L’Unione Europea ha centrato la sua programmazione politica per incentivare la crescita demografica sulla conciliazione tra tempi di vita e di lavoro, ne è un esempio il documento di Barcellona che fissa degli obiettivi sulla copertura degli asili nido. Queste politiche prendono come riferimento i paesi scandinavi che insieme alla Francia garantiscono un’alta accessibilità ai servizi per l’infanzia, registrando conseguentemente un tasso di fecondità più alto che nel resto d’Europa. I servizi per l’infanzia sono sicuramente il pilastro più importante delle politiche per la famiglia, ma il secondo pilastro su cui poggia la fecondità sono i congedi di paternità come strumento di base per promuovere una maggiore distribuzione tra genitori del lavoro di cura.

In confronto con gli altri paesi europei, i paesi nordici hanno la situazione demografica più stabile e sostenibile. Avendo vissuto un calo demografico tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, alcuni paesi del nord Europa hanno infatti riformato le loro politiche della famiglia, e tra le misure adottate, ci sono state quelle per favorire un maggiore coinvolgimento paterno. Contemporaneamente per quei paesi la parità di genere è diventata prioritaria e come conseguenza oltre a garantire l’accessibilità ai servizi per l’infanzia, tra il ’90 e il 2000 hanno promosso ed esteso i congedi di paternità. Attualmente in Norvegia e in Islanda ci sono tre mesi di congedo, in Svezia sono due e si sta discutendo se introdurre il terzo, e in Finlandia madre e padre hanno nove settimane ognuno; la Danimarca è l’unico paese in cui ci sono solo due settimane di congedo di paternità. Secondo il Global Gender Gap Index, l’Islanda è il paese che garantisce le migliori condizioni per la parità di genere, uno degli indicatori che pesa in questo risultato è l’introduzione nel 2001 di un congedo di paternità di tre mesi, che fin dall’inizio è stato utilizzato da un numero altissimo di padri: ben il 90% [1]. E anche se il numero è calato leggermente durante gli anni della crisi, l’effetto della riforma islandese è un grande aumento nel coinvolgimento dei padri nella cura dei bambini che ad oggi è parte integrante della cultura genitoriale del paese. Prima, la pressione sociale per gli uomini era quella di essere i principali responsabili del mantenimento economico della famiglia e il congedo di paternità non si allineava con questo ruolo tipicamente maschile, ad oggi, la percezione della paternità è cambiata. I padri vengono giudicati “male” se non si allontanano dal lavoro almeno per un paio di mesi per prendersi cura del proprio figlio.[2]

C’è un nesso così forte tra demografia e uguaglianza di genere? Anche se la ricerca sulle scelte procreative degli uomini è piuttosto scarsa, basandoci sugli studi esistenti possiamo dimostrare come i congedi di paternità rappresentino uno degli strumenti cruciali per dare slancio alla fecondità.

Iniziamo con le preferenze per quanto riguarda la scelta di fare figli; metodologicamente è molto difficile che le persone interpellate rispondano quello che davvero vogliono: potrebbero non esserne completamente convinte, ma confermare quello che pensano ci si aspetti da loro. Ma lasciando da parte queste considerazioni, e senza dare troppo peso a come è stata loro posta la domanda, sia uomini che donne dichiarano che vorrebbero avere due figli. C’è una piccola discrepanza di genere, gli uomini rispondo in media che vorrebbero più figli, succede in Polonia (uomini: 2,41/donne: 2,05), Portogallo (uomini: 2/donne: 1,71), Cipro (uomini: 2,87/donne: 2,65), Germania (uomini: 2,17/donne: 1,96).[3] Non stupisce che questi paesi non siano proprio in cima alla classifica della parità di genere, e sono spesso classificati come regimi di genere di tipo “familistico” o basati sull’uomo breadwinner (principale procacciatore di reddito). Il grafico 1 mostra le preferenze procreative di uomini e donne in Polonia, in due diverse situazioni: 1) persone giovani tra i 18 e i 24 anni senza figli e 2) persone trai 30 e i 34 anni che hanno almeno un figlio. Mentre le donne più giovani desiderano molto più dei loro coetanei di avere un figlio, questa situazione cambia subito dopo l’arrivo di un bambino in famiglia quando, mentre il 35% degli uomini vorrebbe altri figli, l’entusiasmo delle donne dopo la prima esperienza di maternità è drasticamente precipitato.

Perché succede? Perché l’esperienza di avere un figlio scoraggia le donne dal farne altri, mentre gli uomini rimangono aperti alla possibilità di averne ancora? Il grafico sotto mostra quanto si impegnano gli uomini nei lavori domestici, gettando una nuova luce sul perché le donne che non vogliono fare figli sono quelle dei paesi in cui c’è maggiore squilibrio nella distribuzione del lavoro domestico (ossia in cui gli uomini fanno molto meno).

Alcuni studi dimostrano come ci sia un legame causale tra l’impegno degli uomini e la voglia delle donne di avere più figli; per esempio, uno studio comparativo tra famiglie ungheresi e svedesi ha concluso che, nonostante il contesto culturale sia completamente diverso, c’è una correlazione valida per entrambi i paesi tra una distribuzione più paritaria dei lavori domestici e la probabilità di avere un secondo e addirittura terzo figlio.[4]

Fin qui tutto chiaro, ma possiamo davvero fare in modo che gli uomini si prendano più cura dei bambini? O la ‘quota papà’ funziona solo nelle società più progressiste mentre per tutti gli altri “congedo di paternità” significa obbligare i padri a prendersi una pausa dal lavoro contro la loro volontà e quando rientrano al lavoro tutto ritorna come prima? La ricerca sui comportamenti paterni riconferma l’importanza di congedi esclusivi (non trasferibili) per i padri.  Per esempio, secondo Nepomnyaschy e Waldfogel, i papà che prendono congedi di paternità più lunghi (almeno due settimane) a nove mesi di distanza hanno maggiori possibilità, rispetto agli uomini che non hanno preso il congedo, di ritrovarsi a svolgere compiti quotidiani legati alla cura dei bambini, come cambiare pannolini, preparare il cibo o dar loro da mangiare.[6]  Secondo lo studio di Jennifer Hook,[5] vi è una generale correlazione positiva tra politiche che promuovono una maggiore parità in famiglia e l’accrescimento del coinvolgimento paterno. Il fenomeno degli uomini che condividono di più il lavoro domestico in seguito a un congedo di paternità potrebbe essere interpretato come una specie di ‘straripamento’ del lavoro di cura svolto dagli uomini durante il congedo.

Ora, se torniamo al rapporto tra il coinvolgimento dei padri e la propensione delle donne a fare figli (specialmente dopo il primo), potremmo avere la risposta al perché un congedo di paternità esclusivo e obbligatorio funziona per far crescere la fecondità. In altre parole, le donne non vogliono fare figli con uomini che non si occupano dei propri bambini, e il miglior modo per incoraggiare i padri a cambiare il loro atteggiamento è di offrirgli la possibilità di prendere congedi individuali e non trasferibili per un tempo abbastanza lungo. L’effetto del congedo di paternità va quindi ben oltre l’effetto immediato di promuovere una maggiore condivisione del lavoro di cura.

Ma per funzionare bisogna che i congedi abbiano, in contemporanea, i seguenti requisiti:

  • Il congedo deve essere individuale e non trasferibile. Quando è la coppia genitoriale ad avere diritto al congedo sono soprattutto le donne ad utilizzarlo. Questo avviene sia per i condizionamenti di genere su maternità e lavoro di cura, ma anche per motivi meramente economici: siccome molti uomini guadagnano più delle loro compagne e il congedo non viene quasi mai retribuito al 100%, la famiglia perde di più se è il padre a prendersi una pausa dal lavoro. Con almeno due-tre mesi riservati al padre, il tempo che invece si prende la madre diminuisce: questo manda un segnale importante anche ai colleghi e al datore di lavoro, veicolando l’idea che prendersi cura dei figli non è una responsabilità principalmente femminile, cosa che può arginare la discriminazione delle donne sul mercato del lavoro.
  • Il congedo deve essere accompagnato da un buon livello di retribuzione. I congedi non retribuiti o retribuiti in maniera simbolica non funzioneranno mai per motivi economici (si veda il punto 1). Più grande la perdita economica e minore la possibilità che il padre prenda il congedo, anche se ne è ha diritto.
  • Il periodo di congedo dovrebbe essere abbastanza lungo, minimo un mese, auspicabilmente due o tre, altrimenti gli effetti del congedo sulla divisione del lavoro di cura nella famiglia potrebbero non essere significativi. I padri devono prendersi il tempo necessario per entrare realmente nella routine della cura della casa e dei figli, come per esempio cucinare per i bambini ma anche per la moglie che lavora.

Non sto dicendo che tutti dovrebbero avere una grande famiglia. Alcune famiglie potrebbero scegliere di avere un unico figlio, a prescindere da tutto, altre coppie potrebbero decidere di non averne mai, mentre altre ancora potrebbero pensare che il mondo è abbastanza affollato e scegliere la via dell’adozione. Ma quelli che invece desiderano avere figli, tutti quelli che ne vorrebbero almeno due, hanno bisogno di un sostegno adeguato. I governi europei vogliono incrementare la fecondità? Allora devono convincere i papà a lavorare di più… a casa.

NOTE

[1] Ásdís A. Arnalds, Guđný Björk Eydal and Ingólfur V. Gíslason. 2013. “Equal rights to paid parental leave and caring fathers ‐ the case of Iceland”. Icelandic Review of Politics and Administration, 9 (2): 323‐344.

[2] Commento da attribuire a Hrannar Björn Arnarsson.

[3] Eurobarometer, 2006, Childbearing preferences and family issues in Europe.

[4] Olah L. 2003. “Gendering fertility: Second births in Sweden and Hungary”. Population Research and Policy Review, 22 (2): 171-200.

[5] Nepomnyaschy L. and  J. Waldfogel. 2007. “Paternity leave and fathers’ involvement with their young children: Evidence from the American ECLS-B”. Community, Work and Family, 10: 427-453.

[6] Hook J. L. 2006. “Care in Context: Men’s Unpaid Work in 20 Countries, 1965-2003”. American Sociological Review, 70:639-660.

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22 giugno 2016 • netural family, Netural Women, servizi

Benvenuta nella mom-economy

Network mamas è la community delle mamme freelance dove si possono acquistare, vendere e scambiare servizi professionali. Un’iniziativa a 4 stelle che mette insieme le madri che lavorano, con la condivisione, la capacità di fare community e di sviluppare nuovi skills magari proprio durante il periodo di gravidanza o di maternità.

Una delle tante iniziative di innovazione sociale che vogliamo segnalarvi!

 

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