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#Iorestoacasa e scrivo al Ministro per la Famiglia

Via Gli Stati Generali

Abbiamo scritto una lettera aperta al Ministro per la Famiglia, per raccontare quello che stiamo vivendo in questo periodo difficile.

Cara Sig.ra Ministra,

mi chiamo Mariella e sono la mamma di tre figli: un adolescente, un bimbo di 5 anni e una bimba di 2. Come molte mamme italiane lavoro 5 giorni a settimana e parallelamente gestisco la mia impresa più grande, la famiglia.

Un compito arduo, soprattutto in tempi come questi, in cui occorre mantenere il sorriso e alto l’umore della famiglia, dando fiducia a tutti, oltre che a se stessi, per non affogare in un mare di sconforto.

È passato il primo mese dall’inizio di questa reclusione collettiva da Covid-19, assolutamente necessaria ed importantissima. Qui a casa abbiamo organizzato una specie di routine quotidiana, grazie anche alla scuola che fa il meglio che può per essere presente e per non far perdere ai nostri figli i riferimenti di base della loro vita. Ogni giorno ci tocca lavorare e coordinare attività per tutte le età, non ultimo per nostro figlio adolescente, che con grande responsabilità non esce, e nemmeno chiede di farlo, ma soffre da matti e aspetta con ansia il momento in cui con la playstation potrà giocare insieme ai suoi amici online.

“È la mia piazza, mamma, lascia che io stia con loro!” mi dice e mi ritrovo a non avere il coraggio di dirgli nulla, e a non dargli i tempi contingentati di gioco, come faccio di solito, perché mi rendo conto, quando lo sento ridere e scherzare con loro, anche se solo via web, che sarebbe un po’ come togliergli l’aria.

Alla fine, con un adolescente tutto si fa più complicato, puoi farti aiutare in casa, dirgli di studiare, di seguire le lezioni, di fare il suo allenamento, ma la fisicità dei corpi di altri adolescenti e la forza delle loro relazioni, purtroppo, non la puoi sostituire. Ci sono poi i piccolini, che vedendo la mamma in smart working non ci pensano proprio a farle sconti rispetto all’impegno quotidiano, ed è divertente fare riunioni in call con il muto perennemente attivato per evitare di perdere “istituzionalità” tra urla e baby dance o scrivere una nota importante mettendo il miele nello yogurt…

So di raccontare solo la punta dell’iceberg dei problemi che in questo periodo stanno coinvolgendo le famiglie con figli, e ce ne sono di più gravi, complessi e urgenti da risolvere, e non sono solo problemi di natura economica, che pure tolgono il sonno a folle di genitori, sono problemi di convivenze difficili, dove c’è violenza, povertà educativa e solitudine.

Innanzitutto a questi problemi chiedo a Lei, sig.ra Ministra, come genitore, di dare la giusta priorità, proprio ora, un momento dopo aver definito le prime misure economiche a sostegno delle famiglie. C’è un tema di sostegno psicologico molto, molto importante, e poiché la fine di questa situazione ancora non è possibile vederla, sta diventando urgente e improcrastinabile occuparsene.

La scadenza del 3 aprile è chiaro a tutti che sarà prorogata e i nostri figli vedranno ancora lontana la possibilità di tornare a scuola e alla loro quotidianità.

Cosa diremo ancora ai nostri figli? Come faremo a tenerli chiusi in casa ancora per così tanti giorni? Perché non c’è mai una parola per i bambini nei discorsi del Presidente del Consiglio, nell’agenda del governo, perché è consentito fare attività motoria sotto casa e portare il cane a passeggiare ma non è riservata una sola parola ai bambini?

Non è voltandosi dall’altra parte che il problema viene risolto, soprattutto mi chiedo perché non diate a noi genitori, agli educatori delle case famiglia, a tutti coloro che in questo momento difficile si stanno occupando di bambini, un indirizzo, un’identità riconosciuta, una minima priorità?

Raccoglieremo già molti cocci dopo questo periodo, cerchiamo di contenere al massimo i danni di tutto questo. Il problema è un problema di ascolto, alla fine, un problema atavico che spesso allontana la politica dalla comunità, non parlare del problema dei bambini e del loro diritto a fare due passi all’aperto vuol dire non riconoscere l’esistenza dei bambini stessi e delle loro famiglie, è un argomento scomodo, e come tale, meglio non affrontarlo.

Perché non provare a dare delle regole, anche stringenti, a noi genitori, per consentirci almeno di dare ai nostri figli la possibilità di una boccata d’aria, ne hanno un immenso bisogno, non serve interpellare esperti e specialisti per questo, basta guardarli.

E, ripeto, questo non vuol dire che vogliamo sottrarci alla necessità di stare chiusi in casa, noi siamo completamente al fianco del Governo in questo, è necessario, è importantissimo, soprattutto ora, è una questione di vita o di morte. Però, non è possibile parlare di passeggiata per il cane, passeggiata per prendere le sigarette o il giornale e possibilità di svolgere attività motoria sotto casa e non una parola per i nostri bambini, i bambini di un intero Paese. Diteci qualcosa, non riapriteci i Parchi, quello è fuori discussione, ma almeno riconoscete l’esistenza dei nostri figli  e di noi famiglie, visto che, se non è possibile in questo momento costruirne la felicità, almeno potremmo costruirne un pezzo di serenità.

Grazie per l’ascolto, buon lavoro.

Mariella Stella

Co-founder NeturalFamily

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#Iorestoacasa con i miei bimbi “stracuriosi”

Nell’attesa di giorni migliori, cerchiamo di cogliere tutto il buono che può esserci nel trascorrere del tempo in famiglia.

Oltre alla bellezza e alla meraviglia di vedere i nostri figli evolversi nelle piccole cose quotidiane, possiamo anche provare ad “allenare” la loro e la nostra curiosità!

Uno strumento prezioso in tal senso è la piattaforma che vi presentiamo oggi, dedicata a bambini dai 5 ai 10 anni: L’ACCADEMIA DEGLI STRACURIOSI.medium_Papone

La piattaforma contiene al suo interno numerosi contributi video, giochi, manualità e approfondimenti di Edutainment gratuiti.

I temi sono quelli a noi cari: ambiente, sana alimentazione, riciclo, arte e tanto altro ancora, presentati da simpatici personaggi di tutte le età che interagiscono con i bimbi stracuriosi in modo molto coinvolgente.

Buona scoperta!

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#Ioresto a casa e racconto il COVID ai miei figli

Come raccontalo ai nostri figli? Come spiegare ai più piccoli la limitazione delle loro ordinarie libertà?

Il MUBA di Milano, con EXPLORA di Roma, la Città dei Bambini di Genova e il Children’s Museum di Verona hanno ideato un meraviglioso VADEMECUM che racconta molto bene l’emergenza e tutto ciò che occorre sapere e fare.

Eccolo!

GUIDA GALATTICA AL CORORAVIRUS

Tutto da scaricare e raccontare ai nostri bimbi!

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#Iorestoacasa con figli adolescenti

è forse una delle età più complesse da gestire per noi genitori e spesso ci sentiamo impotenti e non capiamo come poter affrontare al meglio gli sbalzi d’umore e le tensioni dei nostri figli adolescenti.

In questi giorni di quarantena è sempre più complesso gestire i nostri figli adolescenti, pertanto risulta utile più che mai poter contare su pareri “esperti” che possano guidarci nell’ardua impresa 🙂

Il dott. Pellai, psicoterapeuta dell’età evolutiva, qualche giorno fa ha scritto una bellissima lettera ai nostri adolescenti per cercare di spiegare quello che sta accadendo con realismo e concretezza:

“Cari ragazzi, cari figli, la vita per alcune settimane, probabilmente mesi, vi chiederà un cambio di passo. Non sarete più padroni del vostro territorio di esplorazione. Vivrete in uno spazio limitato, confinato. E dovrete starci. Non solo perché ve lo chiede la legge, ma perché ve lo chiede la stessa vita. Volete vivere? Allora quella vita ora dovete proteggerla. Non è tanto la vostra vita, in gioco, in questo momento. Non siete a rischio voi. Uno strano incantesimo del virus COVID 19 rende voi minori apparentemente non suscettibili o pochissimo suscettibili agli effetti clinici del virus che sta piegando il mondo. Voi non venite piegati dal virus. Ma molte altre persone sì. I vostri nonni. In parte anche noi, vostri genitori. E poi le persone vulnerabili in termini di sistema immunitario. Ovvero chi sta facendo una terapia antitumorale. Chi ha un deficit congenito del sistema di difesa dalle minacce patogene che possono aggredire l’organismo. Per loro oggi, tutto diventa una minaccia. Quasi tutti voi avete nel vostro giro di conoscenze, qualcuno che vive con questo genere di problemi. Bene, è a loro che in questo momento dovete pensare, prima di tutto. E’ di loro che vi dovete occupare. E preoccupare.
Ma dovete anche pensare a tutto il personale sanitario che in questo momento sta combattendo una guerra che rischia di essere superiore alle forze in gioco. Medici, infermieri, paramedici: ogni persona che è a contatto con un paziente per seguire il proprio mandato professionale è oggi equiparabile ad un soldato che si trova in trincea per combattere una guerra. Medici e infermieri non si sono mai immaginati come soldati. Non hanno mai pensato al loro lavoro come un lavoro “contro” qualcosa o qualcuno. La loro professione è sempre stata a favore: a favore dei malati e delle loro famiglie. A favore della tutela della salute individuale e collettiva. Anche oggi, di fronte al moltiplicarsi dei malati infettivi che hanno invaso i nostri ospedali, loro lavorano “pro”, a favore dei loro pazienti. Ma al tempo stesso, sono in trincea contro un nemico che per loro rappresenta un rischio, molto più che per noi.
Essere adolescenti, giovani uomini e donne porta un bisogno fisiologico e implicito di stare nel fuori. Di andare a scoprire il nuovo e l’ignoto. Di muoversi per il mondo. E’ stato così fino alla scorsa settimana. Voi siete i figli che hanno potuto godere dell’Erasmus, rendendo l’Europa tutta, un’unica sede universitaria. Siete gli ex bambini, che grazie alla diffusione delle linee low cost, noi genitori abbiamo preso per mano e portato in giro per il mondo, fin da quando eravate piccolissimi. Vi abbiamo insegnato che il mondo è la vostra casa. Lo abbiamo continuato a fare anche quando i terroristi volevano convincerci del contrario. Volevano farci chiudere nelle case, pieni di spavento, impauriti dal rischio connesso alle loro azioni omicide. Noi non ci siamo piegati. Abbiamo continuato a spingervi nel fuori, a dirvi di andare, di non fermarvi. Niente avrebbe dovuto piegare il vostro diritto alla libertà.
Oggi vi diciamo l’esatto contrario. Vi chiediamo di rimanere in casa. Abbiamo dovuto chiudere le scuole e le università e per noi genitori, voi non sapete quale dolore la cosa ci comporti. Sappiamo che è in aula, nell’incontro con i vostri docenti e con i vostri compagni, che potete attrezzarvi per imparare la vita. I nostri bisnonni e i nostri nonni questo diritto non lo avevano e lo hanno conquistato per voi. Molti di loro a scuola ci andavano fino ai 12,13 anni. Poi tutti a lavorare. Molti di loro, al compimento del diciottesimo anno, si sono trovati obbligati ad andare in guerra. E molti vostri padri, al compimento dei 18 anni si sono trovati obbligati dallo stato a regalare un anno della loro vita per addestrarsi alla difesa della nazione, facendo il servizio di leva, o a sostenere il bene della nazione, facendo il servizio civile.
Voi siete stati “sollevati” da tutto questo. Ed è un bene che le vostre vite abbiano potuto dipanarsi seguendo il filo della libertà assoluta e dell’autodeterminazione. Ma oggi, quel filo si è spezzato. E voi dovete imparare una competenza che forse non siamo stati molto bravi a trasmettervi, noi adulti. Quella competenza si chiama responsabilità. Ed è ciò che differenzia un adulto da un bambino.
Nell’etimologia di “responsabilità” c’è il concetto di “saper dare risposte”. L’adulto è quello che sa le risposte e le fornisce al bambino che gli fa domande. Tutti noi di fronte a questo virus, siamo pieni di domande: “Perché? Quanto dura? Come si fa a sconfiggerlo? Come posso essere certo di non averlo preso?”. Siamo tutti bambini di fronte al COVID 19, fondamentalmente irresponsabili, perché queste risposte non le abbiamo. Le stiamo trovando. Le stanno trovando gli scienziati e i ricercatori che lavorano giorno e notte senza tregua. Ma c’è una risposta che ci compete: possiamo limitare la diffusione del contagio. Diventando responsabili. E limitando la nostra zona di libertà personale. Significa che per un po’ vige il “coprifuoco”. Che tutti dovremo fare grandi sacrifici. Che voi dovrete imparare a studiare da casa. Che vi potrete incontrare a due o tre negli spazi privati. Anziche pubblici. Non possiamo farla noi per voi, questa cosa. Dovete convincervi da soli che è un passaggio necessario. Dovete cominciare a dirvelo nei social, di persona, quando vi contattate e vi parlate. Dovete imparare che questa è, oggi, l’educazione tra pari che serve al mondo. Di cui voi dovete essere protagonisti.
Dovete vivere questo tempo, come tempo di impegno. Continuare a studiare, riempire lo spazio di vita confinato che avete disponibile di bellezza e di significato. E’ un tempo di sacrificio, questo. E anche l’etimologia della parola sacrifico è importante: perchè vuole dire “rendere sacro”. Non c’è nulla di più sacro della vita e del suo valore. E oggi la vita va difesa. Più di tutto. Più di sempre.
Responsabilità e sacrificio: non ve l’avevamo mai chiesto prima, cari figli. Ma oggi non possiamo non farlo. Per favore, ascoltateci. E soprattutto, ditevelo tra di voi. Da oggi, per un po’, queste saranno le parole chiave che vi daranno accesso, tra qualche mese, di nuovo al vostro futuro. Che amerete di più. Molti di più di quanto succeda ora. Perché vi apparirà più sacro. E voi, in quella sacralità, sarete diventati più responsabili. Anche questo è crescere. Anche questo è prepararsi all’adultità che vi aspetta. (Alberto Pellai)

 

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20 febbraio 2020 • articoli_home, netural family, Netural Kids

La cura di COCO

e la vita e la morte viste dai 5 anni.

A novembre ho perso mio padre, il mio riferimento, la mia guida alla vita, la figura fondamentale della famiglia, la roccia, il porto sicuro, il saggio. Perdere papà è stato doloroso, lo è ogni giorno la sua mancanza, vederlo soffrire è stato straziante, vederlo così fragile è stato “contro natura”. E ho vissuto per la prima volta l’esperienza di perdere un genitore da genitore. Non avevo mai pensato a cosa potesse significare vivere la perdita di un pezzo di famiglia, 148111604592-TW_Cocoperché in fondo dentro ognuno di noi la nostra famiglia ha una sua eternità, occupa uno spazio conosciuto in cui ci sentiamo “a casa” per molto tempo, e sentire quello spazio sgretolarsi ti fa sentire d’improvviso ADULTO, sia che tu abbia 30 anni, sia che tu ne abbia 60, ti svela improvvisamente un senso della vita che avevi ignorato o avevi preferito ignorare.  Ma tu, a tua volta, sei un genitore, e improvvisamente ti senti più solo, quasi più indifeso, senza quel pezzo di famiglia e di storia da cui provieni, ti accorgi che nulla più è come prima e cominci ad avere il terrore di non esserci più per i tuoi figli, per i tuoi cari, senti tutta la fragilità della vita a partire da quel singolo scricchiolio che hai vissuto. Quando quel momento arriva, però, hai bisogno di dare fondo a tutte le tue risorse perché tu hai perso un padre ma i tuoi figli hanno perso un nonno, e non so voi, ma io i miei nonni li porto con me ogni giorno, è un distacco importante e traumatico anche per loro.

E mentre ci chiedevamo come spiegarlo ai bambini cercando di non traumatizzarli e ragionavamo comunque da adulti sulle parole giuste e su quelle da evitare, nostro figlio Edoardo, 5 anni, ha scelto il modo più semplice e poetico per vivere quella notizia: Mami ho un’idea: vediamoci COCO! Coco è un film d’animazione del 2017 diretto da Lee Unkrich e Adrian Molina, distribuito dalla Walt Disney Pictures e creato e prodotto dai Pixar Animation Studios. La storia è quella di Miguel, un giovanissimo aspirante musicista, che intraprende un viaggio verso la terra dei propri antenati per scoprire i misteri nascosti dietro i racconti e le tradizioni della famiglia. In realtà è un bellissimo viaggio dei vivi nel mondo dei morti, è un viaggio felice, divertente e rasserenante, che rende i due mondi estremamente vicini, quasi comunicanti, la famosa “stanza accanto” di cui parla S. Agostino nella sua meravigliosa preghiera “La morte non è niente”, una preghiera laica, universale e toccante, proprio come il cartone animato scelto da Edo.

E così ci siamo ritrovati con gli occhi umidi, il cuore stanco e la testa piena di pensieri, a sorridere con lui cercando di vedere tutti insieme,  sul ponte di petali arancio, il nonno passare con l’allegro corteo di persone di ogni età che dal mondo dei vivi “tornavano a casa” per sempre….e vi assicuro che lui c’era, l’abbiamo visto proprio là. <3

Mariella Stella

 

 

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8 agosto 2018 • netural family, Netural Kids

Ode alla famiglia in adolescenza

Sono mamma di tre figli meravigliosi, tanto desiderati e altrettanto impegnativi, com’è giusto che sia per tre bambini di età diverse tra loro. Ops, per due bambini e un ragazzo…

di Mariella Stella

C’è la piccola, l’ultima arrivata in famiglia, la femminuccia tanto attesa, un peperino vero di soli 13 mesi, il quattrenne con una carriera da attore consumato e animale da palcoscenico e c’è lui, il ragazzo, quasi 12 anni tra poco più di un mese, appena entrato in adolescenza.

Si perchè i tempi sono cambiati, si diventa adolescenti molto prima di noi, e noi abbiamo scoperto che in famiglia ci siamo dentro.

L’abbiamo attesa con timore l’innominabile, quasi con terrore stando ai racconti degli amici che già ci avevano a che fare, racconti da far tremare i polsi. Ma noi abbiamo deciso che non potevamo lasciare che ci avesse, che ci stritolasse nelle sue spire, abbiamo studiato noi, abbiamo provato a leggere libri per prevedere lo tsunami che stava per abbattersi sulla nostra famiglia, abbiamo fatto fiumi di discorsi su come sarebbe stato e su cosa non avremmo mai dovuto fare e dire, perchè “Quando eravamo adolescenti noi, altro che comandare…”

Poi silenziosamente (neanche troppo in realtà), e inesorabilmente, le porte dell’adolescenza si sono aperte e senza rendercene conto, chiedendoci se in realtà non fosse già successo da qualche anno e non ce ne fossimo accorti, ci siamo ritrovati a vivere con una persona nuova in casa.

Il primo indizio lo abbiamo trovato una mattina entrando in camera sua. Un odore acre, da adulto, ci ha travolti, soffocando in gola il consueto “Buongiorno” del mattino e da quel momento una nuova domanda ha cominciato a farsi ricorrente nelle nostre giornate insieme: hai fatto la doccia?

Una domanda per nulla scontata, che se in passato rappresentava niente altro che una gioiosa affermazione da condividere con i nostri piccoli, del tipo: Evviva, bagnetto!! oggi assume i contorni di una domanda non troppo retorica e che spesso conosce una risposta ricorrente: Perchè? Puzzo? E allora giù con tutti gli insegnamenti appresi rispetto al fatto di non far sentire un adolescente un problema, sul fatto di non usare linguaggi che possano urtarne la sensibilità, sulla delicatezza educativa da adottare per non scalfire l’autostima, sempre ballerina a quella età.

Abbiamo provato a usare risposte del tipo: No, vabbè, che c’entra, magari ti va di fare una doccia, magari ti fa sentire meglio, etc.

Dopo alcuni mesi però abbiamo capito che la risposta più efficace è soltanto una: “Si puzzi!” e lui, con fare svogliato e provando a difendere invece la nobilità degli odori, si chiude in bagno, scocciato, per darsi una lavata.

Dopo alcuni mesi di adolescenza in famiglia abbiamo capito che con un adolescente, spesso, le domande e le risposte dirette possono essere molto più efficaci dei giri di parole. I giri di parole li usavi quando erano piccoli, quando per invitarli a mangiare raccontavi storie fantastiche di patate animate e regni delle verdure, oggi se solo provi a usare una metafora poetica per descrivere un fatto quotidiano lo vedi alzare le sopracciglia ad arco a tutto sesto e guardarti sconvolto. Allora devi ricorrere a parole concrete e dimostrare di essere perfettamente padrone di te stesso per comunicare quello che vuoi dire, per evitare poi che il discorso prenda una deriva lessicale umiliante.

Che dire, forse ci è capitato l’adolescente più razionale e precoce della terra, ma tant’è, ne prendiamo atto, la sfida è di quelle impegnative.

Il fatto è che tutti gli insegnamenti che gli hai trasmesso da bambino e che sembrava aver appreso così bene, vengono usati contro di te, prima che tu possa anche solo immaginare come.

E così “Amore, devi imparare a cavartela da solo” si traduce in una assenza di comunicazioni alla prima vacanza senza genitori, e alla domanda: “Amore ma perchè non mi hai chiamato?” segue la risposta “Mamma io so badare a me stesso, se non ti chiamo vuole dire che sto bene, se stessi male ti chiamerei” … ecco… o per esempio, al primo giudizio crudo espresso su un insegnante o una ragazza, di fronte al tuo invito a non dire proprio tutto ciò che gli passa per la testa, lui replica con competenza: “Beh mamma, non mi hai insegnato tu ad esprimere le mie idee e ad essere libero nel pensiero?”

Non è facile, vi assicuro, roba che metterebbe in difficoltà anche i migliori avvocati in circolazione. Fondamentalmente, un mucchio di sfide mentali e concrete che potrebbero generare crisi di identità nei genitori, moti di sconforto e sedute dallo psicologo.

E poi, se c’è una fortuna particolare e inconfutabile che è toccata in dote a noi genitori di adolescenti del terzo millennio e nativi digitali, è indubbiamente la scoperta delle scoperte: il cellulare.

Rispetto a quello non c’è manuale che tenga, non c’è letteratura nè vita vissuta, non c’è un riferimento educativo ai nostri genitori, se non, al massimo, fare riferimento a quando mettevano il lucchetto al telefono della SIP per non farci passare i pomeriggi a chiacchierare con le amiche. Rispetto a quell’oggetto diabolico, il cellulare, nel binomio con l’adolescente, non c’è sportello di aiuto, è tutta da inventare la strada.

Non starò qui a dirvi quali tecniche abbiamo messo in campo per contare il tempo e i minuti a disposizione, in un gioco delle cifre da far diventare scemi, soprattutto se mentre fai i conti, hai un quattrenne che sta tenendo uno spettacolo di giocoleria di cui ti considera il pubblico e una poppante che sta imparando a camminare arrampicandosi sui mobili. Insomma, quello strumento là è tutto da capire, servirebbero tavoli di confronto tra genitori in cui utilizzare il problem solving creativo per trovare soluzioni a prova di bomba.

In realtà questo tavolo non c’è ancora, e capita di sentirsi soli con un adolescente e di scoraggiarsi, di sentirsi a tratti deboli e spesso stanchi e sbagliati. Ed è così che mi sono sentita in questo primo anno di adolescenza in famiglia, fino a quando, dopo un pomeriggio di discussioni estenuanti su tutto, un giorno, guardandolo nel suo spazio, con i suoi amici, libero di esprimersi, ho capito una cosa.

Ho capito che forse il primo problema dell’adolescenza dei nostri figli è l’impatto che ha su di noi, sulle nostre certezze, sulle nostre convinzioni, sui nostri programmi per il futuro, sulle nostre comfort zone.

Forse l’adolescenza dei nostri figli è una prova di identità per noi, non solo per loro e probabilmente è la migliore opportunità che ci sia per far pace con se stessi e con i propri fantasmi.

L’adolescenza dei nostri figli rompe completamente i nostri schemi, ci obbliga a costruire nuove risposte o quantomeno a considerarle, ci obbliga ad andare oltre i dogmi della nostra educazione e a guardare anche ad altre soluzioni.

Mi spiego, non voglio dire che si debba fare ciò che dicono i nostri figli, per carità, ma intendo dire che forse dovremmo guardare con occhi nuovi alle sfide che ci propongono di affrontare.

Quel giorno in cui ho guardato mio figlio adolescente con altri occhi ho scoperto anche delle cose bellissime.

  1. Ho scoperto di aver messo al mondo un essere umano unico, splendido nelle sue contraddizioni e ribellioni, vivo nelle sue proteste e nei suoi tentativi di autoaffermazione;
  2. Ho scoperto che quell’uomo lì ha dei gusti, magari lontanissimi dai miei, ma, evviva, sono i suoi, tutti suoi, senza condizionamenti. E ho pensato che non avrei voluto scoprire di non avergli dato uno spirito critico e la capacità di scegliere ciò che ama e ciò che no.
  3. Ho guardato al suo nuovo stile, forse troppo omologato lo confesso, ma nuovo, con un suo perchè di fondo, e anche se alla ricerca di omologazione per ora, in fondo credo che sia il segno della voglia di sentirsi parte di una comunità di riferimento.
  4. Ho imparato ad ascoltare le sue idee, spesso diverse dalle mie, ma davvero interessanti vi assicuro su molti fronti, e quelle idee spesso aprono mondi nuovi anche per me.
  5. Ho scoperto nuova musica. Voi la conoscete la trap? Io non la conoscevo, ora sì, certo: Vegas Jones, Ghali, i Dark polo gang… che dire… ci sono dei pezzi che mi piacciono proprio, e soprattutto adoro cantare con lui quei pezzi, mi fa sentire in squadra con il mio ragazzo e sento che lui adora farlo con me, anche se, ovviamente, non lo dice!
  6. Ho imparato a camminare insieme a lui senza sbaciucchiarlo e tenergli la mano, tanto poi lui mi abbraccia quando meno me lo aspetto a casa, mi dice mille volte che mi vuole bene, ma in pubblico è così, non si usa tanto da adolescenti e va bene lo stesso, non sarà questo a mettere in dubbio l’amore che ci lega.
  7. Ho imparato che se provo a trasformare la dialettica accesa che si innesca tra noi su certi argomenti in dialettica costruttiva, ascoltando le sue ragioni, mettendo in chiaro che non voglio cambiarlo o che non voglio obbligarlo ad ogni costo a fare ciò che dico, le cose si mettono meglio per tutti.
  8. Ho capito che se stabiliamo delle regole comuni e condivise e se siamo i primi a dare l’esempio nel rispettarle, è più facile che lui le rispetti, anche quando è faticoso.
  9. Ho imparato che se lo guardo per quello che sta diventando, un uomo nuovo in crescita, se gli faccio sentire che esiste con tutte le sue “specialità” e contraddizioni per noi, che non è un problema la sua adolescenza, ma un’occasione fantastica di crescita per tutta la famiglia, lui si sente accolto, si sente al posto giusto.
  10. Infine, ho imparato che ci vuole tanta pazienza con un figlio adolescente in casa, tanta tolleranza e tanta apertura alla diversità, ma che forse è proprio ora, proprio in questo momento, che noi stessi stiamo diventando adulti migliori con lui.

La famiglia in adolescenza, in fondo, può rendere tutti migliori e se considero che siamo solo ai 12 anni, avremo ancora molto, molto tempo per migliorare. 🙂

 

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Giro del mondo formato famiglia

Siamo felici di chiudere questo 2017 con un nuovo ingresso a bordo di Netural Family: la super mamma Rita Scalcione, nuova editor del nostro blog! Rita è materana, sposata con Marcello, ha due figli, Mia e Alberto, organizza eventi e adora viaggiare. Ne leggeremo delle belle, preparate le valigie!

rita

La passione per i viaggi accomuna molte persone e sì, io sono una di quelle che almeno una decina di volte nella vita ha pensato di mollar tutto e partire per uno di quei viaggi a lungo termine, di quelli che ti fanno fare il giro del mondo, di quelli che sai quando parti e non sai quando torni.

Ecco il giro del mondo è uno dei miei sogni nel cassetto. Solo che poi la vita , si sa, prende la sua strada e poi, e poi… e poi ti ritrovi a trentaquattro anni con due figli che fanno 5 anni in due e non hai il coraggio nemmeno di andare a cena al ristorante sotto casa. L’avventura più grande da raccontare diventa di quella volta che sei uscita da sola con entrambi a  prendere un gelato alla gelateria  in fondo alla strada e sei riuscita a tornare a casa senza che nessuno dei due si sia buttato a terra piangendo,  fatto cadere il gelato addosso a qualcuno,  fatto sceneggiate melodrammatiche davanti alla vetrina della libreria. (Però giuro che siamo tranquillamente sopravvissuti ad 11 ore di volo 😉 )

Quindi? Dicevamo? Il giro del mondo? Con due bambini? Piccoli?

In Italia è una pratica ancora poco diffusa, ma all’estero, soprattutto in Australia, le travelling family sono tantissime. Famiglie che hanno scelto di vendere o fittare la propria casa per diventare nomadi, riuscendo a lavorare in modo flessibile.  

Nel 2016 , su Instragram, ho cominciato a seguire il grande viaggio di Courtney e Michael Adamo, che hanno deciso di abbandonare la loro vita a Londra e girare il mondo per un anno intero con i loro quattro figli. “Ai genitori che leggendo la nostra storia pensano che sia troppo difficile dico semplicemente di buttarsi. Non preoccupatevi delle cose che lasciate indietro, perché ciò che troverete di fronte a voi è molto meglio. Ciò che vi lasciate alle spalle sarà lì quando tornerete“.

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Photo credit: Courtney Adamo

Certo il loro viaggio non si può proprio definire low cost , ma oggi ci sono diversi modi per  poter viaggiare con i bambini non spendendo un patrimonio, magari su un mezzo ecosostenibile ( barca a vela o bicicletta per i più avventurosi) o sfruttando la sharing economy (per gli spostamenti ma soprattutto per gli alloggi).

Se decidete di partire in aereo esiste una sorta di Interrail dell’aria. Si chiama RWT (Round the World Ticket) e ti permette di fare il giro del mondo in aereo in un anno e con un numero limitato di miglia e scali da poter fare in questo arco di tempo ( qui maggiori dettagli).

Per quanto riguarda invece gli alloggi, per una famiglia la scelta più comoda è certamente quella di appartamenti , sia per ridurre un po’ i costi che per il confort dei bambini ( preparare i pasti a casa ad esempio ). Oltre al più classico Airbnb, ci sono molti siti che offrono alloggi con il principio dell’economia della condivisione.

Ma Come funziona? Ci sono divere piattaforme online che consentono di iscriversi pagando una fee annuale per poter accedere ad un database di profili di Host  che ospitano in cambio di ore di lavoro. C’è i WWoof che si occupa più che altro di lavori nelle fattorie biologiche , Helpx oppure Workaway che permette di trovare lavori di ogni tipo. Questo certamente è il modo più bello e immediato per entrate in contatto con la cultura del luogo.

Altra soluzione è quella dello scambio casa. Anche qui ci sono diversi siti affidabili ( il più famoso è HomeExchange) che ti permettono di inserire la tua casa per ospitare un viaggiatore e cercare tra migliaia di case in tutto il mondo. Chiaramente non tutti sono disposti ad ospitare una famiglia ma nei profili si possono cercare le sistemazioni più family friendly.

 

Per quanto mi riguarda , per non scombussolare troppo i piani, un viaggio di questo tipo e soprattutto a lungo termine andrebbe fatto quando i bambini non frequentano ancora la scuola dell’obbligo. Dopo diventerebbe più complicato , anche se sono più che convinta che viaggiare sia l’esperienza di vita e la scuola migliore che possiamo regalare ai nostri figli.

Attualmente sto seguendo con grande interesse le avventure della famiglia Miljian. Julian, Miki ed i piccolissimi Teo e Lia sono partiti per il loro viaggio attorno al mondo a settembre. Attualmente sono in Vietnam. Il loro sito è pieno di storie e consigli utili e il loro profilo Instagram crea dipendenza per la bellezza delle immagini e degli aneddoti raccontati del loro incredibile viaggio.

Nel suo diario Miki scrive

“I nostri figli sono piccoli, ed é proprio vero, siamo noi a decidere per loro. Ma lo stiamo facendo

  • per insegnargli che il mondo é grande, e vale la pena scoprirlo tutto
  • per imparare insieme a loro l’importanza dell’umiltà, dell’aiutare e dell’essere aiutati
  • per comprendere il profondo senso del rispetto, della gente, dei popoli, degli umani, vivendo al loro ritmo
  • per sentire con loro il profumo di ogni luogo del mondo
  • per apprezzare i sorrisi sulle facce di tutto il mondo, bianchi, neri, gialli, a pois o a righe, un sorriso é bello in ogni parte del mondo
  • per imparare a vivere con un bagaglio piccolo, ma con un cuore grande
  • per scrivere insieme a loro il più bel diario di vita che esista

 

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Photo Credit www.likemiljian.com

A noi piace viaggiare così, e a voi?

Buon viaggio in famiglia a tutti!

Rita Scalcione

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Città a “dismisura” di famiglia

Avete mai provato a fare un giro in città con un neonato?

di Mariella Stella

Se la risposta è sì allora saprete di cosa parlo.

Io vivo in una città poco family friendly ed è una fatica star fuori delle ore per godersela.  Spesso è così complesso che ho la tentazione di restare a casa. Quando immagino un’uscita in 5, con tre figli di età diverse, il problema numero uno è trovare un posto davvero accogliente per tutti.

Il problema numero due, invece, si chiama “cambio del pannolino”. Senza esagerare, è una fatica vera trovare spazi pubblici e privati che offrano il servizio e che soprattutto te lo comunichino con un adesivo, un cartello, un semplice adesivo.81ysellSoZL._SY355_

E così il più delle volte il cambio della piccola avviene nel passeggino, nel frastuono generale,davanti a sconosciuti, in auto sul sedile posteriore, una volta persino su una sedia, messa “gentilmente” a disposizione dalla pizzeria 🙂

Ma quanto sarebbe civile , invece, far sentire i nostri figli “accolti” dalla comunità fin da piccoli?

è così difficile arrivarci? Ancora più sconcertante è il fatto che persino i grandi marchi di prodotti per bambini non prevedono nei loro punti vendita un fasciatoio (benché ne vendano a bizzeffe) o un angolo allattamento.

“C’è il camerino, signora” rispondono angelici, mentre tu resti sconcertata per aver scoperto che chi di bambini si occupa a livello commerciale non riesce ad interpretare i bisogni fondamentali di una famiglia.

Per scaldare le pappe la situazione migliora, è sempre più frequente, infatti, trovare ristoratori disponibili a scaldare pappe o a preparare persino pastine portate da casa.

C’è da augurarsi che sia sempre più così, ma, in realtà, più che un augurio dovrebbe essere la regola e forse i tempi sono maturi per dare alle famiglie e ai nuovi nati il calore che meritano in città.

A Matera, con l’Associazione MOM, stiamo realizzando la prima “guida alla città accogliente” per i neonati  e  le loro famiglie.

Vi terremo aggiornati!

Intanto, se volete segnalarci iniziative simili in altre città, scrivete a hello@neturalfamily.com, le promuoveremo tramite i nostri canali e sulla nostra mappa dell’Italia family friendly.

 

 

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Quanta acqua serve al giorno ai bambini? Scopri il decalogo della corretta idratazione!

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Come vi abbiamo annunciato su Facebook, abbiamo recentemente partecipato ad un evento organizzato da Nestlé Vera al Museo dei Bambini di Milano, un centro permanente di progetti culturali e artistici e anche di sperimentazione sensoriale per bambini dai 2 agli 11 anni.

Abbiamo chiesto a Erika e Raffaella – le fondatrici di QF, un co-working milanese con spazio per i bambini che é parte del nostro network – di rappresentare NETural Family e ne sono state davvero felici!

L’evento era ispirato alle favole della buonanotte e focalizzato sui messaggi della corretta idratazione: attraverso un laboratorio creativo sperimentale, i bambini hanno giocato a costruire una fiaba collettiva sul ruolo dell’acqua negli equilibri del nostro Pianeta e per il corpo umano.

Come vi raccontavamo, l’evento é stata anche l’occasione per scoprire il nuovo formato da 25cl della bottiglietta di acqua Nestlé Vera KIDS con un tappo 100% sicuro anti soffocamento pensata apposta per i bambini e per conoscere il decalogo della corretta idratazione redatto in collaborazione con la Societá Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale (SIPSS) e abbiamo scoperto davvero cose interessanti che non sapevamo! Eccole.

 

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Come si riconosce un’acqua adatta ai bambini?

Noi siamo grandi sostenitrici dell’allattamento al seno e adesso ancora di piú da quando abbiamo scoperto che il latte materno soddisfa i bisogni idrici dei lattanti al 100%, estate e inverno! Se il latte materno non è disponibile o se usate latte in polvere, é importante stare attenti ad utilizzare acque con un apporto minimo di minerali (residuo fisso < 50 mg/L ) e oligominerali (residuo fisso tra 50 e 500 mg/L) con contenuto di nitrati ≤10 mg/L. D’ora in poi controlliamo sempre le etichette delle acque che diamo  ai nostri bimbi!

Quanta acqua serve al giorno?

Ci ha colpito molto anche il fabbisogno di acqua nei bambini per non disidratarsi: dai 6 mesi ai 3 anni servono dal mezzo litro al litro al giorno, in etá scolare poco piú di un litro al giorno (8 bicchieri) e in adolescenza un litro e mezzo fino ai 2 litri al giorno, come gli adulti! L’acqua è anche la scelta migliore per assicurare al corpo una corretta idratazione, senza introdurre calorie e soprattutto senza rischi di carie.

IMG_7598 (1)Perché è importante idratare i bambini?

Da uno studio condotto in Italia emerge che il 67.2% dei bambini non sono sufficientemente idratati quando vanno a scuola. Per questo, è importante che chi si prende cura di loro ricordi spesso ai piccoli di bere durante tutta la giornata. I bambini infatti non hanno un senso della sete molto sviluppato quindi dobbiamo sempre offrire acqua anche se non la chiedono espressamente, perché perdono in proporzione molta più acqua rispetto agli adulti attraverso la respirazione e le altre funzioni vitali. La disidratazione è associata ad un peggioramento dello stato di salute mentale, fisico ed emotivo.

Perché ci piace la nuova bottiglia con tappo sicuro

La nuova bottiglietta Nestlé Vera Kids ci piace perché è comoda da portare in giro ed è pensata proprio per avvicinare i piccoli all’acqua in modo ludico grazie anche ai disegnini sull’etichetta. E poi é sicura ed é anche molto utile nella sua edizione limitata “Happy Night”. Quante volte i vostri bambini si svegliano di notte perché hanno sete? I nostri, tanteee! E chi si deve alzare per dargli da bere? Noi!!! Ecco, grazie Nestlé Vera per aver inventato la nuova versione di Kids che si illumina al buio grazie al tappo ed etichetta fluorescenti: aiutiamo i bambini a trovare facilmente la loro bottiglietta in piena autonomia senza l’aiuto di mamma e papà, da veri #NETuralKids!

 

Articolo in collaborazione con Nestlé Vera

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Bambini, alzate le mani (e usatele bene)!

Work of the Hand in Montessori from Hollis Montessori on Vimeo.

Nell’era dei touch screen, l’educazione Montessori ricorda invece l’importanza dell’uso delle mani per l’apprendimento nella fascia di et a 3-15 anni.

Questo video ci ispira tantissime idee attivitá che sicuramente proporremo ai nostri #NETuralKids!

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