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Bonus vacanze 2020: come richiederlo e a chi spetta


Il Bonus Vacanze 2020 è una misura del Decreto Rilancio per supportare l’industria turistica italiana post Covid-19. Ma chi può richiederlo e come funziona? Nell’articolo tutti i dettagli.

di Rita Scalcione

Oggi, dopo un lungo stop legato all’emergenza Covid-19, si riaprono le frontiere e si può ritornare a viaggiare, sicuramente nei confini Italiani e con alcune limitazioni per l’estero. Per chi come me ama programmare i suoi spostamenti anche in largo anticipo, questa volta non siamo riusciti ancora a programmare nulla. Le incognite sono ancora tante e soprattutto le restrizioni di alcune paesi verso i turisti in arrivo.

Molto probabilmente sarà un’estate tutta Made in Italy . E quale miglior momento per riscoprire le bellezze nostrane in tutta sicurezza? Ecco che il Decreto Rilancio viene in aiuto al mondo dei viaggi. Ma come? Attraverso il Bonus Vacanze 2020. Ma facciamo il punto della situazione.

Che cos’è il Bonus Vacanze?

Il Tax Credit Vacanze, o Bonus vacanze 2020, è un incentivo del valore massimo di 500 euro da spendere solo in Italia nelle strutture ricettive dal 1 luglio 2020 al 31 dicembre 2020

Chi può richiederlo?

Il Bonus Vacanze 2020 potrà essere richiesto da ogni nucleo familiare entro i 40.000 euro di Isee. L’importo è modulato a seconda del numero dei componenti : 500 euro per famiglie di 3 o più soggetti, 300 per le famiglie di 2 persone e 150 per una persona.

Il 20% della somma sarà anticipata dal turista e poi recuperata come detrazione dall’imposta nella dichiarazione dei redditi dopo un anno. Il restante 80% invece è uno sconto sulla somma dovuta alla struttura che poi lo recupererà sotto forma di credito d’imposta nel 2021.Si parla però di ‘intesa del fornitore’, che dovrebbe quindi dare il consenso.

Come e quando richiederlo?

Bisogna avere un’identità digitale (Spid), un Isee aggiornato e un’App per registrare i dati del beneficiario e per generare un Qr Code. Il Ministero dei Beni culturali e del Turismo lancerà probabilmente l’app a metà giugno, per dare il tempo poi alle famiglie entro il 1° luglio di predisporre l’Isee e di acquisire un’identità digitale Spid. Il Bonus sarà spendibile una sola volta e non sarà frazionabile.

Alcune criticità…

Pur venendo incontro alle famiglie che non vogliono rinunciare alle vacanze, il Tax Credit Vacanze ha alcune criticità sia per i viaggiatori che per le strutture turistiche. Partendo dal 1° luglio, esclude tutte quelle persone che vorranno partire a giugno. L’adesione facoltativa da parte delle strutture rischia inoltre di dare un freno al bonus e si teme una gestione troppo complicata con ostacoli tecnici e burocratici che non ne facilitano la fruizione. Gli albergatori dovrebbero anticipare l’80% del valore in un momento non proprio roseo per la categoria. Altro nodo è l’esclusione delle piattaforme o portali telematici. Per accedere al credito è necessario che il pagamento del servizio venga corrisposto “senza l’ausilio, l’intervento o l’intermediazione di soggetti che gestiscono piattaforme o portali telematici diversi da agenzie di viaggio e tour operator”.

Restiamo quindi in attesa delle modalità applicative che verranno ufficializzate da un provvedimento dell’agenzia delle Entrate.

Sarà sicuramente un’estate diversa dalle altre. Noi ci auguriamo di poter ripartire presto perché ci manca anche solo preparare i bagagli. Voi avete qualche viaggio in programma? Come passerete la vostra estate?

Sotto un grafico del Sole 24 ore chiarisce bene alcuni punti del Bonus Vacanze 2020

Fonte: elaborazione dati Il Sole 24 Ore del Lunedì

























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#FAMIGLIA: idee per la ripartenza in fase 2

di Mariella Stella

All’indomani dell’ennesimo DPCM in cui vengono annunciati nuovi aiuti alle famiglie, che al momento non sembrano segnare significative discontinuità con il recente passato, ha ancora più senso pubblicare i risultati della nostra call for ideas, lanciata ad aprile, in pieno lockdown e con mille domande da porre alle Istituzioni circa il futuro delle famiglie italiane in fase 2.

Siamo entrati da qualche giorno nella seconda fase dell’emergenza e le diverse task force del Governo stanno restituendo soluzioni che, in parte, fanno proprie le indicazioni che tanti genitori hanno fatto in modo di far arrivare al governo, con lettere ai Sindaci, ai Ministri (la nostra è di marzo 2020), all’ANCI, nella disperata ricerca di risposte o meglio di proposte.

Ed è senza dubbio la nota positiva di tutta questa situazione: rilevare un’energia sopita delle famiglie, che è diventata un tam tam molto potente all’indomani dell’emergenza, e che in un attimo ci ha messo in rete, da nord a sud, con tantissimi genitori, educatori e cittadini attivi che, in tutta Italia, stavano portando avanti le stesse battaglie.

Del resto, il fatto di non sentirsi soli è stato importante, ci ha restituito l’idea che il welfare DEVE essere condiviso e DEVE essere partecipato. In fondo le parti chiedono partecipazione prima che soluzioni, chiedono coinvolgimento prima che fondi.

E nata così la proposta partecipata che vi presentiamo, il risultato di un processo di coinvolgimento di intelligenza collettiva “informata sui fatti” non solo per esperienza quotidiana, ma anche per profilo professionale, visto che in alcuni casi i partecipanti alla call sono stati  neuropsichiatri, ricercatori, psicologi, educatori.

grafico

 

 

 

 

 

I TEMI DI DISCUSSIONE su cui sono stati chiamati ad esprimersi gli utenti coinvolti sono 5:

  1. SCUOLE- COME RIAPRIRE?
  2. BIMBI ALL’ARIA APERTA-. COME RIORGANIZZARE I GIOCHI?
  3. NUOVI SERVIZI PER LE FAMIGLIE
  4. AL MARE CON I BIMBI IN FASE 2
  5. ATTIVITA’ ESTIVE IN FASE 2

Dalle risposte pervenute, il primo elemento emerso è stato quello del bisogno primario di sentirsi presto e nuovamente parte di un’alleanza educativa che l’arrivo del Covid-19 sembra aver interrotto. La prima impressione è che i genitori coinvolti sentano una grande solitudine nella gestione dei propri figli e dei loro percorsi educativi in questo momento, nonostante la DAD e gli enormi sforzi della scuola.

Ma quanto è importante che i genitori non siano soli? Lo è infinitamente,  e purtroppo c’è una fetta di collettività che non lo riconosce. Dopo la pubblicazione della nostra lettera al Ministro della Famiglia siamo stati sommersi da contatti di altri genitori, email, messaggi da tutta Italia, e abbiamo avuto immediatamente l’impressione di aver toccato un tema caldo e sentito da moltissimi.

Tuttavia, tra i vari commenti ci siamo anche imbattuti in frasi del tipo: “Non capisco di cosa si lamentino questi genitori, hanno voluto la bicicletta e ora devono pedalare” e altre espressioni facili di questo tenore. Il problema invece è proprio qui, perché forse sfugge a molti che i nostri figli sono i vostri figli, sono i loro figli, sono il futuro di questo paese, e mettere al mondo dei figli non è un atto egoistico, è un contributo enorme alla crescita di un intero paese.

Il welfare familiare, pertanto, non è una facoltà, è un diritto, è l’indicatore fondamentale per valutare la qualità di un Paese e le sue priorità, è la cartina di tornasole che racconta l’idea di futuro che chi governa ha per il suo Paese.

In realtà quello che emerge con forza è che un Paese come l’Italia, in cui i genitori non sono rappresentati da nessuno, in cui non si sono mai organizzati in maniera unitaria e laica rispetto alla difesa dei diritti della famiglia, in un movimento in grado di avere un peso nelle decisioni di governo, avere una sua rappresentatività nel momento in cui si tratta di discutere di cosa abbiano bisogno, è un Paese che da decenni ha smesso di parlare del suo futuro perché non ha neanche provato ad ascoltare i propri bisogni, e ascoltare i bisogni della famiglia, vuol dire ascoltare tutta la sua comunità.

Ed è lo stesso Paese che sembra non volersi accorgere che le sue famiglie sono molto diverse nella loro conformazione dalla famiglia di Nazareth, le sue sono famiglie a “geometria variabile”, famiglie con figli di genitori diversi, con matrimoni precedenti alle spalle e figli di altri matrimoni, con due mamme, con due papà, con un solo genitore, le sue sono famiglie reali di un tempo nuovo e per parlare di welfare in maniera competente e utile questo Paese deve accettare la nuova fotografia della famiglia che la realtà restituisce ogni giorno.

Il punto è che spesso tutte queste famiglie sono bravissime ad auto-organizzarsi, a costruire un sistema di welfare dal basso che sopperisce all’assenza di piani istituzionali per la famiglia, e sembrano arrendersi all’evidenza di un welfare che non c’è, come fosse un dato di fatto immutabile con cui fare i conti.

Dalla nostra call, però, emerge anche un dato importante, ovvero che ai genitori è chiaro che gli interlocutori primari in questa storia sono le Istituzioni. Molti, infatti,  nelle loro riposte si rivolgono ai Sindaci, agli Assessori, a quelle figure istituzionali di prossimità che non possono ignorare un bisogno come quello della presa in carico delle famiglie e dei figli del proprio territorio, e nel contempo, nel rivolgersi alle istituzioni non si sottraggono dal fare la propria parte, dall’offrire il proprio contributo, non c’è uno sgravio di responsabilità ma la consapevolezza che in assenza di istituzioni pronte a mettere in atto un piano, e mettere in campo le proprie forze per la comunità, si sentiranno nuovamente soli e abbandonati a se stessi.

Più che del Governo, è del Sindaco e del Comune che i genitori sentono il bisogno. Ad esempio, è ai Comuni che i genitori riconoscono in questo momento il compito di mappare tutti gli spazi possibili: verdi, sportivi, ampi, in sicurezza per pianificare in che modo metterli a disposizione delle attività dei bambini, dai centri estivi alla scuola.

E non sono poi così lontani da intuire ottime soluzioni, visto che molte delle risposte che hanno dato vanno esattamente nella direzione intrapresa da molti governi in questo periodo. Del resto, è emblematico il caso della Danimarca con la scuola negli Stadi, una proposta presente anche nella nostra call.

Un’idea molto interessante, emersa nella call, è anche quella di creare una scuola “diffusa” tra masserie didattiche e scuole di piccoli centri in spopolamento (le aree interne?) chiuse per mancanza di alunni e ora di nuovo utili per distribuire l’utenza, avvalersi del volontariato e del terzo settore per sopperire alla carenza di docenti ed educatori, proporre a insegnanti disponibili a farlo una sorta di banca del tempo, la possibilità di organizzare piccole lezioni o incontri empatici con i loro ragazzi in estate, per riallacciare il filo del legame scuola-famiglia.

Una proposta che travalica tutte le questioni sindacali e formali che sembrano impedire una ripresa parziale dell’anno scolastico d’estate. C’è anche tanto outdoor ovviamente nelle proposte, tanta aria aperta e ruralità. L’impressione è che il tema della scuola nel bosco e della didattica all’aperto sia stato finalmente sdoganato, quando fino a ieri veniva vissuto come un sorta di scelta di nicchia, oggi diventa “necessità” in tutta la sua reale potenzialità

Altro tema caldo emerso è quello della sorveglianza, in particolare sulle spiagge. Nella call ci sono numerosi rimandi alla necessità che i Comuni provvedano alla sorveglianza  e al controllo del rispetto delle distanze di sicurezza e del distanziamento tra gli ombrelloni, i lettini e le persone. Non vengono proposte nuove strutture architettoniche, ma meno lettini e ombrelloni e molta sorveglianza, affidata anche in questo caso a volontari, scout, bagnini, etc  e anche un tema di sanificazione da far rispettare ai gestori. Vi è anche la proposta di lasciare nei lidi solo gli ombrelloni a distanza e invitare gli utenti a portarsi ogni giorno il proprio lettino sanificato per essere sereni rispetto all’affidabilità delle procedure di igienizzazione.

Indubbiamente, emerge forte la consapevolezza che c’è bisogno che ognuno faccia la sua parte, ma vi è anche la convinzione che se questa volta qualcuno non farà la sua, sarà più evidente del solito, e le responsabilità peseranno come macigni sulle spalle e sulla credibilità di chi non avrà provveduto.

Restano, infine, ferme le certezze delle famiglie: la rete delle altre famiglie, la solidarietà reciproca, il ruolo degli asili casalinghi condivisi, dell’auto-organizzazione dei servizi, un paracadute fondamentale ed affidabile a cui rivolgersi in caso di bisogno.

La parola rete ricorre tantissimo e il tema dell’alleanza pubblico-privato è riconosciuta più volte come fondamentale.

Sono famiglie che sanno quel che serve e che forse andrebbero ascoltate un bel po’ di più, non solo in tempo di Covid-19, da Governi e Amministrazioni locali spesso così lontane negli ultimi decenni da semplici soluzioni di buon senso, che, statene certi, ad una famiglia sarebbero venute in mente. 🙂

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La famiglia è una questione di TUTTI

Mi chiamo Mariella e da due mesi sono diventata mamma per la terza volta. Questa volta però, qualcosa è cambiato.

Saranno i 40 anni suonati, sarà la maggiore consapevolezza, sarà che qualche giorno fa mi sono ritrovata ad ascoltare il dato della natalità in Italia: ‘un numero così basso delle nascite “non si registrava dalla metà del Cinquecento, quando la popolazione dell’Italia era un quinto rispetto a oggi” (cit. Giorgio Alleva Presidente ISTAT alla presentazione del rapporto annuale Istat 2017), insomma, sarà tutto questo, ma oggi più che mai, mi sento profondamente arrabbiata e ciò che mi fa arrabbiare di più è proprio il tema della famiglia.

Non venitemi a dire, vi prego, le solite frasi sul fatto che i giovani non fanno figli perchè pensano alla carriera o che non trovano l’amore come prima perchè maturano più tardi, sappiate che non riesco proprio ad avercela con chi non ci prova nemmeno a mettere al mondo dei figli, io li capisco, e lo dico da privilegiata con un lavoro  a tempo indeterminato, nonni e amici a supporto, una piccola città altamente vivibile in cui crescerli e una rete sociale di riferimento.

Ma se vivessi a Roma farei le stesse scelte? E se avessi un lavoro precario insieme al mio compagno, con un affitto esorbitante da pagare e giornate intere trascorse nei mezzi pubblici per raggiungere il lavoro? Se dovessi fare i conti con un welfare familiare inesistente o carissimo, senza nonni e amici di supporto, farei ancora figli?

Io credo proprio di no.

La verità è che quando diventi una famiglia la frustrazione più grande che vivi è quella di constatare ogni volta sempre di più (anche a distanza di 11 anni), che la famiglia per l’Italia resta UN FATTO assolutamente PRIVATO, che riguarda solo te, e invece di trovare un’intera società ad accoglierti, ti senti ancora più solo.

E tutto questo fa davvero sorridere (e arrabbiare, parecchio) se pensiamo che siamo un Paese che lancia continuamente allarmi legati alla natalità ma che non riesce, nonostante i proclami, a costruire davvero un welfare familiare come si deve. Non importa poi che la famiglia impatti sul sistema economico, culturale, educativo e sociale, consentendo loro di esistere e di crescere, la famiglia resta per tutti un fatto privato.

E invece, mi permetto di dirvi una cosa, e lo dico da tri-mamma (che, dunque nel 2017 conta quasi quanto una mamma di 9 figli negli anni ’50 🙂 ) la FAMIGLIA è un FATTO PUBBLICO ed è ora che qualcuno abbia il coraggio di prendere a cuore questo tema e di affrontarlo, anche e soprattutto dal punto di vista sociale.

Se guardiamo già solo alla rappresentatività istituzionale del tema, in Italia il dato è scoraggiante: non c’è un Ministero per la famiglia, c’è solo un Dipartimento (che trovate a questo link) che si limita a dare informazioni istituzionali e generiche, non pubblica bandi dal 2015 e nella sezione Azioni e Progetti è fermo ad azioni di ormai tanti anni fa, come se la famiglia non fosse un tema attuale, ma quasi un fatto vecchio, poco interessante.

Qualcuno replicherà che non è vero, le famiglie italiane godono di sussidi e voucher, che rappresentano già un buon inizio. Ma mi chiedo a cosa serva la giungla di bonus, voucher, sussidi che a livello nazionale e locale vengono erogati alle famiglie, se il giorno dopo la registrazione della tua famiglia su un portale istituzionale preposto alla previdenza sociale, sei sparito nuovamente.

Sei sparito, anche se eri un’EMERGENZA, perchè la famiglia lo è, ed è ora di affrontarla, perchè, che lo vogliate o no, la famiglia tocca tutti un po’. Non è una questione di figli (un numero che scende a picco), è anche un grande tema di genitori che invecchiano e hanno bisogno di essere accuditi (un numero in costante crescita), è un tema di benessere collettivo e diffuso.

La famiglia è un BENE COMUNE, è un bene di tutti. Parlare di famiglia è parlare di futuro:  lavoro, economia, educazione, sviluppo, tutto passa da lì ed è impossibile non rendersene conto.

Ma prima di ogni discussione e strategia, occorre spogliare la FAMIGLIA da tutti i travestimenti ideologici che le hanno messo addosso le religioni, i partiti, le comunità in questi secoli, la famiglia deve essere un fatto di TUTTI, deve essere il tema inclusivo per eccellenza ed è imperdonabile qualsiasi tentativo di divisione e strumentalizzazione in tal senso. La famiglia ha cambiato la sua forma, è ricca di declinazioni e nuove geometrie ed è fondamentale tener conto di tutto questo per costruire politiche che abbiano senso ed efficacia.

Sono certa che se le famiglie venissero semplicemente ascoltate rispetto ai loro bisogni, alle difficoltà insormontabili che affrontano, alle necessità di supporto, non solo economico, che hanno, le politiche sarebbe molto più facile elaborarle. Non è più tempo di annunci altisonanti, o di interventi spot, è l’ora che l’Italia guardi in faccia le sue famiglie, TUTTE senza distinzioni,  abbia visioni a lungo termine per loro e con loro, e non metta in campo le solite azioni a corto raggio, spesso in concomitanza con le scadenze elettorali del momento, ma che sappia guardare al welfare della famiglia e sappia sostenerlo davvero.

Nel 2016 con due amiche, mamme come me, Francesca e Claudia, abbiamo dato vita a NETuralFamily, per mettere in rete tutte le buone pratiche di welfare familiare attivate dal basso, da associazioni, comitati, singoli cittadini, molto spesso dalle stesse famiglie, per farle sentire meno sole e per accendere i riflettori sul tema dei temi.

Solo grazie a questo osservatorio privilegiato ci stiamo facendo un po’ di idee su quali soluzioni si potrebbero trovare, figuriamoci se si mettesse in campo un’azione istituzionale di ascolto e coinvolgimento delle comunità familiari che risultati si potrebbero raggiungere, c’è uno spazio immenso su questo, riprendiamocelo e rimettiamo i temi caldi sul tavolo. Noi ci siamo.

Mariella Stella

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Se il welfare parte dagli spazi

Il TED Talk di questo mese è dedicato ad un tema interessantissimo: lo spazio come luogo per il welfare.

Progettare e costruire spazi per bambini e famiglie che siano “a misura” e soprattutto che ne facilitino il benessere è una sfida da cogliere e a cui non ci si può sottrarre. Il welfare è nei servizi ma anche nelle idee degli stessi e negli spazi che li ospitano.

Da guardare tutto d’un fiato.

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Il Welfare aziendale che ci piace!

Sto per partorire la mia terza figlia e se c’è un pensiero che mi accompagna è “come potrò gestire tre figli e un lavoro senza sentirmi sola”. Ho un compagno meraviglioso e collaborativo che sa sempre come supportarmi ma il tema è più ampio, è un tema di società, di contesto lavorativo, di network.

Da 15 anni lavoro nella P.A. e so di essere una privilegiata rispetto a tantissime altre neomamme o plurimamme, ma so anche che non bastano solo i dispositivi normativi, pure fondamentali, per far sentire una donna “accolta” al ritorno da una maternità, ci vuole anche molta cultura e molta apertura da parte di chi ti circonda rispetto al cambiamento della tua condizione . E l’accoglienza di cui c’è bisogno non è un’accoglienza solo “personale” ma “familiare”, è un sistema inclusivo di welfare che abbraccia le famiglie di tutti coloro che lavorano e che  incrociano le loro vite familiari con quelle lavorative.

Ma, soprattutto, è importante sentire riconosciute le proprie nuove competenze, tante, acquisite proprio grazie alla nuova organizzazione familiare e di vita.

Certo, vedere riconosciuto tutto questo insieme ha un che di utopico ma rappresenta l’orizzonte da raggiungere perché ci sia un reale riconoscimento dei propri diritti di donne lavoratrici madri nella società e nel mondo del lavoro.

C’è molto da fare per costruire un nuovo welfare in tal senso, ma ci sono realtà che ci stanno provando e che ci credono. La storia di oggi ci rincuora e speriamo sia l’inizio di tante belle storie così.

Mariella

Articolo tratto dal blog Secondo Welfare.it

Il welfare aziendale di Benetton si arricchisce con lo smart working
Negli ultimi mesi il gruppo industriale trevigiano ha avviato un nuovo progetto per aumentare i servizi dedicati ai propri dipendenti
13 giugno 2017 

Benetton Group, gruppo industriale a cui appartiene la famosa azienda trevigiana che si occupa di moda, negli ultimi anni sta affinando sempre di più la propria People strategy. In particolare, in questi mesi è stato avviato un nuovo piano di smart working che coinvolgerà un consistente numero di dipendenti della società.


Il piano di welfare aziendale di Benetton

Il pilastro centrale della People strategy di Benetton è il programma di iniziative di welfare aziendale denominato “Benetton per te”. Questo strumento, attivato nel 2015 e destinato ai dipendenti della sede centrale dell’azienda a Treviso, è l’elemento principale attraverso cui la società ribadisce l’importanza riservata al suo staff, ai loro bisogni e alle loro aspirazioni.

Il piano di welfare ha previsto la creazione di una piattaforma (realizzata da Eudaimon) in cui sono presenti svariati beni e servizi previsti dagli articoli 51 e 100 del TUIR, rivolti nello specifico ai temi della salute, della cura dei familiari e del risparmio del tempo e del denaro. Queste iniziative sono finalizzate ad incrementare l’engagement attraverso la soddisfazione dei bisogni delle persone e rispondendo alla necessità emergente di conciliare l’attività professionale con la vita personale.

Nel 2016 l’azienda ha implementato le sue iniziative realizzando un progetto rivolto alla famiglia e al sostegno alla genitorialità. Più di 600 dipendenti hanno partecipato al corso dedicato alla formazione dei più piccoli “Educare i bambini alla felicità”, grazie al quale l’azienda ha vinto il Positive Business Award. Inoltre è partito il “Welcome Back Mom“, percorso di coaching e di supporto alle colleghe al rientro dalla maternità.
Il progetto di smart working

A partire da ottobre 2016, il programma “Benetton per te” è stato ampliato con l’introduzione dello smart working. Quest’ultimo progetto consente a Benetton Group di allinearsi al panorama delle migliori aziende nazionali e rappresenta un forte elemento di attrattività in un mercato del lavoro in continua evoluzione. L’obiettivo alla base di questa novità è quello di accogliere una nuova modalità di gestione delle persone basata su una fiducia reciproca maggiore e orientata al raggiungimento dei risultati.

Il progetto è frutto di un’intensa attività di ricerca che l’azienda ha realizzato con il supporto della società Partners4Innovation, collegata al Politecnico di Milano. Nell’ultimo anno, sono state quindi realizzate alcune attività di analisi e di benchmark per comprendere il livello di fattibilità dell’intervento. I dati raccolti hanno messo in evidenza come il passaggio allo smart working potesse rappresentare un passaggio indispensabile per restare competitivi e attrattivi, sia sul mercato del lavoro sia nel business, soprattutto nei confronti dei giovani talenti.
Le due fasi del progetto di smart working

Lo smart working del Gruppo Benetton – che attualmente coinvolge circa 400 persone – si divide in due fasi:

Stretch your time. Fase iniziale avviata per promuovere maggiore “elasticità” nella gestione degli orari e delle timbrature, introducendo una flessibilità oraria in entrata ed in uscita entro una fascia oraria definita. Questo step iniziale è entrato in vigore da ottobre 2016 e ha coinvolto oltre 1000 dipendenti, tra impiegati e quadri delle sedi italiane.

Stretch your space. Il passo successivo, introdotto a novembre 2016, ha previsto la possibilità di lavorare da remoto (quindi da un device connesso ad internet), fino ad un giorno a settimana, ad una popolazione pilota composta da quattro direzioni aziendali. Questa sperimentazione, che ha avuto una durata di sei mesi, ha raccolto un tasso elevato di adesione e i risultati positivi hanno fatto sì che il progetto venisse esteso anche ad altri settori aziendali. Da maggio 2017 un considerevole numero di dipendenti del Gruppo ha la possibilità di lavorare con questa nuova modalità di organizzazione del lavoro, fondata sulla restituzione alle persone di flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi e degli orari a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati.

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Al Welfare dal basso ci pensa Cariplo! Pubblicato il nuovo bando 2017

Non potevamo non raccontarvelo, è il tema guida del nostro progetto del resto, e siamo felici che anche quest’anno la Fondazione Cariplo dia il via ad una nuova edizione di uno dei Bandi più interessanti del panorama nazionale: Welfare in Azione.

Per il 2017  verranno messi a disposizione 7,5 milioni di euro destinati agli attori pubblici e privati intenzionati a rinnovare il welfare locale intraprendendo un percorso impegnativo e sfidante di programmazione territoriale, aperta e partecipata.

Come per le precedenti edizioni, il bando è articolato in tre fasi (call for ideas, studi di fattibilità e realizzazione) ma sono previste novità per accompagnare al meglio i territori che intendono partecipare. La quarta edizione si arricchisce infatti di importanti momenti formativi destinati a sostenere e orientare le progettazioni in modo più efficace e concreto fin dalla fase ideativa: nelle giornate del 12 e del 16 maggio verranno proposti due incontri formativi rispettivamente sul tema della progettazione e sul fundraising di comunità. Gli incontri saranno diffusi in streaming e saranno condotti dai servizi di accompagnamento che hanno seguito le tre precedenti edizioni del bando, oltre che dal team di Fondazione Cariplo: verranno focalizzati temi cruciali per la formulazione dell’idea quali l’inquadramento del problema, il cambiamento, la governance, gli indicatori e la valutazione e l’attivazione del territorio nell’ambito del fundraising di comunità. Entrambi i momenti formativi verranno arricchiti dalle testimonianze dirette dei progetti delle edizioni precedenti.

Le reti pubblico-private interessate hanno tempo fino al 30 giugno 2017 per presentare la propria idea progettuale.

I FASE – CALL FOR IDEAS

  • il 12 maggio e il 16 maggio 2017 Fondazione Cariplo organizzerà due momenti formativi aperti a tutti gli enti interessati a candidare la propria idea; sarà possibile seguire gli incontri in streaming (a breve sul sito di Fondazione Cariplo verranno fornite le informazioni di dettaglio)
  • entro il 30 giugno 2017 gli enti ammissibili potranno inviare la propria idea progettuale;
  • entro il 30 luglio 2017 gli enti con le idee ritenute coerenti con le linee guida del bando saranno incontrati dagli Uffici di Fondazione Cariplo per un confronto su punti di forza e di debolezza;
  • entro il 30 settembre 2017 gli enti invieranno le idee progettuali definitive;
  • entro il 30 ottobre 2017 la Fondazione Cariplo selezionerà le idee migliori.

II FASE – STUDI DI FATTIBILITÀ

Tra novembre 2017 e febbraio 2018 le idee selezionate beneficeranno di un percorso di accompagnamento metodologico garantito da Fondazione Cariplo, per trasformare l’idea in studio di fattibilità di un progetto triennale; Entro aprile 2018 verranno selezionati gli studi di fattibilità valutati più coerenti con le linee guida.

III FASE – REALIZZAZIONE

L’implementazione dei progetti selezionati sarà finanziata per tre anni e beneficerà di un accompagnamento sostenuto da Fondazione Cariplo e volto anche a sviluppare piani di fundraising di comunità; Lo sviluppo delle progettualità selezionate sarà oggetto di monitoraggio per verificare l’andamento dei processi esecutivi e registrare i risultati ottenuti, anche nell’ambito di comunità di pratica volte a favorire l’apprendimento e la diffusione degli interventi sostenuti e ad alimentare il dibattito sui temi del welfare di comunità.

Nella sezione in fondo alla pagina potete scaricare tutti i documenti necessari alla presentazione.

Nel frattempo le prime tre edizioni del bando “Welfare di comunità e innovazione sociale” sono in pieno svolgimento; tutte le informazioni sugli esiti delle tre edizione del bando si trovano:

Per capire cosa sta accadendo sui territori ad oggi finanziati vi invitiamo a visitare il sito Welfare in azione dove i progetti delle precedenti edizioni raccontano attraverso le storie dei beneficiari, degli operatori e degli abitanti, di come stanno lavorando per innovare il welfare locale e renderlo più vicino ai bisogni delle persone

PER MAGGIORI INFORMAZIONI:

– SCRIVERE A welcom@fondazionecariplo.it

– RIVOLGERSI AI REFERENTI DELL’AREA SERVIZI ALLA PERSONA PER IL BANDO

GUIDA ALLA PRESENTAZIONE 2017

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Un Paese senza famiglia

Che il nostro Paese stia invecchiando è una realtà ormai fin troppo evidente e c’è davvero poco da fare per trovare giustificazioni velleitarie a questa parabola discendente di nascite e fecondità.

Qualche giorno fa il Sole 24 Ore restituiva una fotografia deprimente della situazione attuale della natalità in Italia in un articolo di Carlo Carboni.

Il Paese invecchia perché non è all’altezza della sua crescita, soprattutto demografica.lgbt_family-03

Sono in attesa del terzo figlio e guardandomi intorno mi sento davvero una rarità. Le mie coetanee stanno diventando molto spesso mamme per la prima volta, loro malgrado, in molti casi con problemi maggiori nel concepire un bimbo e con il ferale dubbio di aver aspettato troppo.

Ma io vi capisco, amiche mie, come si fa a mettere al mondo un figlio in Italia con leggerezza, è davvero complesso fare i conti con un sistema di welfare che fa acqua da molte parti, in cui le Istituzioni fanno davvero fatica a mettersi al passo e la politica, evidentemente, non considera realmente una priorità la famiglia.

Non ci si può limitare a mettere in campo i soliti interventi spot di aiuto alle mamme e ai papà, occorre un cambio di passo importante nell’approccio “politico” al problema. Perchè ormai di problema di tratta: problema demografico, problema di crescita educativa del Paese (molte scuole si svuotano), problema di sviluppo, e potrei andare avanti ancora per molto.

Se ho potuto permettermi il terzo figlio è solo perchè ho un lavoro stabile e vivo in una città di provincia del Sud, vicina alla mia famiglia, con la mia rete sociale di salvataggio bella solida, con un costo della vita e della casa di gran lunga inferiore a quello delle città in cui vivono la maggior parte delle mie amiche.

Ma, purtroppo, da questo nostro amato Sud tantissimi sono costretti ad andar via e a mettere su famiglia altrove, dove la rete sociale di riferimento è assente, dove nei condomini molto spesso ci si ignora e dove si fa fatica a vivere anche con uno stipendio stabile.

Servirebbe un aiuto strutturale, non solo un bonus ogni tanto, occorrerebbe un sistema di welfare studiato dalle Istituzioni con le famiglie, con i diretti interessati, al di là delle mediazioni di altre realtà che operano con e per la famiglia, serve ripartire dalle radici, dall’ascolto diretto dei bisogni e dalla co-progettazione delle politiche di supporto.

Con NETuralFamily vogliamo incoraggiare lo sviluppo di tali percorsi nella PA, avviare processi di facilitazione con decisori pubblici e famiglie, vogliamo che questo Paese cresca ancora e che l’esperienza di essere genitori non diventi un’esperienza d’èlite, ma sia ancora e sempre una fantastica opportunità per tutti.

Mariella Stella

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Monetizzare il congedo parentale? Si può!

Lavoratrici dipendenti, autonome e parasubordinate possono scambiare per gli anni 2017 e 2018 un mese (o più) di congedo parentale con voucher per l’acquisto di prestazioni di lavoro da parte di baby-sitter o per il pagamento di asili pubblici o privati

Per ogni mese, lo scambio (la monetizzazione) avviene al valore di 600 euro. L’Inps ha già riaperto i canali per la presentazione delle domande, che sarà possibile fare fino al 31 dicembre 2018, salvo non intervenga prima l’esaurimento delle risorse (40 milioni di euro per ognuno dei due anni). La misura, che è una proroga, è stata prevista dall’art. 1, comma 356, della legge n. 232/2016 (legge di Bilancio 2017).

Praticamente le mamme lavoratrici – dipendenti, parasubordinate ed autonome – (sono esclusi i papà, nonostante anche loro abbiano medesimo diritto al congedo parentale come le mamme) possono scambiare i mesi di congedo parentale a cui decidono di rinunciare con un importo di 600 euro per ciascun mese cui si è rinunciato. I mesi massimi di “monetizzazione” ovviamente corrispondono ai mesi massimi di congedo cui la madre lavoratrice ha diritto (massimo 6 per le dipendenti, massimo 3 per le parasubordinate e autonome).

La domanda di monetizzazione del congedo parentale va presentata all’Inps esclusivamente in via telematica, operando sul sito web tramite Pin dispositivo; in alternativa, si può ricorrere all’assistenza di un patronato o un Caf. Nella domanda la lavoratrice deve indicare a quale dei due tipi di monetizzazione intende accedere: voucher o spesa asili nido. Nel secondo caso, va indicata anche la struttura (pubblica o privata accreditata) presso cui risulta iscritto il figlio. Nell’istanza, inoltre,
 va indicato il periodo di mesi da monetizzare, con dichiarazione espressa di rinuncia al corrispondente numero di mesi di congedo parentale. Nell’ipotesi della presenza di più figli, occorre presentare una domanda per ciascun figlio.

 

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800 euro a tutte le nuove mamme del 2017!

Il contributo previsto dalla legge di Stabilità è indipendente dal reddito e viene concesso per nascite e adozioni avvenute dal 1°gennaio 2017. Potranno richiederlo all’Inps anche le donne extracomunitarie con permesso di soggiorno e con lo status di rifugiate politiche.

Un bonus da 800 euro per tutte le donne, italiane ed extracomunitarie in Italia da almeno cinque anni, che partoriranno o adotteranno un figlio nel 2017. L’Inps ha pubblicato la circolare dove illustra le regole del cosiddetto “bonus mamma”, contenuto nella legge di Stabilità, un aiuto economico statale che non sarà considerato parte del reddito complessivo e che potrà essere richiesto per via telematica. A sostegno della natalità arriverà a breve sulla Gazzetta ufficiale anche il decreto della presidenza del Consiglio dei ministri che regola il buono sugli asili nido da mille euro l’anno, assegnato per ogni figlio nato o adottato a partire dal primo gennaio 2016.

 

I requisiti – Il premio alla natalità è riconosciuto alle donne incinte o alle madri che abbiano la residenza in Italia e la cittadinanza italiana o comunitaria. Possono usufruire del bonus anche le cittadine non comunitarie in possesso del permesso di soggiorno Ue per lungo periodo oppure di una delle carte di soggiorno per familiari di cittadini europei. Le donne non comunitarie in possesso dello status di rifugiato politico e protezione sussidiaria sono equiparate alle cittadine italiane.

 

Quando lo si può chiedere – Il beneficio di 800 euro può essere concesso, in un’unica soluzione, esclusivamente se, dal 1° gennaio 2017, si è entrate nel settimo mese di gravidanza o si è partorito (anche se prima dell’8° mese). Il bonus vale anche per le adozioni disposte con sentenza definitiva e per l’affidamento preadottivo nazionale o internazionale disposto con ordinanza.

 

I documenti per le nascite – Per chi richiede il bonus dopo il compimento del 7° mese di gravidanza è necessaria una certificazione sanitaria, rilasciata dal medico specialista del Servizio sanitario nazionale, che attesti la data presunta del parto. Nel caso in cui la domanda sia contestuale alla nascita, la madre dovrà autocertificare la data del parto e le generalità del bambino.

 

Le attestazioni per le adozioni – Nei casi di adozione o affidamento preadottivo, chi richiede il premio di natalità deve allegare alla domanda la sentenza definitiva o il provvedimento. Se ciò non fosse possibile, è necessario che siano indicati gli elementi che consentano all’Inps di procurarsi la documentazione necessaria presso l’amministrazione che la detiene: la sezione del tribunale, la data di deposito in cancelleria ed il relativo numero.

 

I documenti per le cittadine non comunitarie – Le donne extracomunitarie dovranno allegare alla domanda per il bonus una copia di uno dei titoli di soggiorno utili per ottenere al premio. Se non fosse possibile, come nel caso delle adozioni sarà necessario indicare gli elementi identificativi che consentano la verifica dei documenti: tipologia del titolo, numero titolo, Questura che lo ha rilasciato. Gli accertamenti saranno effettuati dall’Inps tramite le banche dati del ministero degli Interni e delle amministrazioni.

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Congedo di paternità: Italia N.C.

Tutti i paesi europei prevedono il congedo di paternità strutturale, mentre l’Italia resta fanalino di coda: ecco un’analisi a confronto

In un ordine del giorno relativo al Milleproroghe, in discussione in questi giorni, ci si impegna a fare il punto sul congedo di paternità obbligatorio per i padri lavoratori, alla luce di un confronto con le legislazioni degli altri Paesi UE. Presentato da Nunzia Catalfo (M5S), l’odg chiedeva al Governo l’impegno a renderlo strutturale portandolo a 15 giorni (ipotesi già discussa, anche in sede di dibattito sul Jobs Act).

Vediamo una panoramica della situazione nei paesi europei (tutti prevedono una possibilità di congedo per i padri) nei quali le norme sono più evolute di quella italiana. In Italia, lo ricordiamo, il congedo è stato introdotto nel 2013 in via sperimentale e in base all’ultima manovra di Bilancio è pari a:

  • 2 giorni nel 2017,
  • 4 giorni nel 2018.

Sul gradino più alto del podio c’è la Norvegia, che prevede un congedo per i neo padri di 15 giorni, ai quali si aggiunge un congedo parentale (retribuito al 100%) di 54 settimane che si può dividere fra i due genitori nel seguente modo: nove settimane sono riservate alla madre e sei settimane al padre, mentre le restanti 39 settimane possono essere utilizzate da entrambi i genitori. In Finlandia il padre ha diritto a 54 giorni di congedo retribuiti. La Svezia, primo paese europeo ad aver previsto il congedo papà nel 1974, attualmente prevede per il padre un periodo di dieci giorni retribuiti all’80%. In Danimarca, due settimane di congedo da utilizzare nelle prime quattro settimane di vita del bambino.

  • Portogallo: 20 giorni di congedo, di cui 10 obbligatori;
  • Francia: 2 giorni da fruirsi entro quattro mesi dalla nascita del bambino;
  • Spagna: 15 giorni consecutivi retribuiti al 100%, altri 2 per nascite multiple;
  • Belgio: 3 giorni di congedo obbligatorio e 10 di facoltativo.

Noi vogliamo ricordare che in Italia è riconosciuto un congedo matrimoniale di 15 giorni retribuito al 100 % sia per la donna che per l’uomo.

Non vi pare che un figlio sia più importante di un viaggio di nozze?!

A voi l’ardua sentenza 🙂

*dati estrapolati da questo articolo

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