neturalfamily Tag Archive

Il diritto di un Paese a misura di bambino

Fa davvero male leggere le notizie di questi giorni a proposito della ricerca di Save the Children sulla condizione dei bambini in Italia. Il nostro sembra proprio non essere un Paese accogliente per i più piccoli e purtroppo se negheremo ai bambini il diritto ad essere sereni e a crescere con gli occhi pieni di stupore e immaginazione non potremo aspettarci un futuro roseo.

Secondo i dati della ricerca, supportati da dati Eurostat, 1 minore su 3 è a rischio povertà ed esclusione sociale.

I ragazzi con problemi economici vanno meno a scuola e abbandonano più spesso gli studi, fanno meno sport e si ammalano di più. E la cosa più grave è che, rispetto agli altri paesi europei, lo Stato spende molto meno per il loro futuro. Siamo agli ultimi posti, prima solo di Romania a Grecia.

Purtroppo i dati non sono affatto incoraggianti, come è possibile leggere direttamente dal 7° Atlante dell’Infanzia a rischio “Bambini, Supereroi” che quest’anno, per la prima volta, viene pubblicato da Treccani e sarà disponibile nelle librerie italiane da inizio dicembre 2016.

è davvero difficile leggere le stime proposte da Save the Children. La ricerca descrive un’Italia in cui  i bambini di 4 famiglie povere su 10 soffrono il freddo d’inverno perché i loro genitori non possono permettersi di riscaldare adeguatamente la casa. Più di 1 minore su 4 abita in appartamenti umidi, mentre l’abitazione di oltre 1 bambino su 10 che vive in famiglie a basso reddito non è sufficientemente luminosa.

1 bambino su 20 non possiede giochi a casa o da usare all’aria aperta, mentre più di 1 su 10 non può permettersi di praticare sport o frequentare corsi extrascolastici.

E purtroppo, in mancanza di politiche serie per l’infanzia, malgrado gli altissimi livelli di resilienza dei bambini, che mostrano di possedere veri e propri “superpoteri” per affrontare le forti limitazioni di cui sono vittime, moltissimi di loro, una volta adolescenti non ce la fanno a proseguire i percorsi scolastici o a conseguire titoli di studio più elevati, venendo automaticamente tagliati fuori da un futuro migliore e da un contesto sociale più inclusivo.

è una delle emergenze italiane che vogliamo  mettere in evidenza con forza e che non è accettabile continui a perdurare, non è possibile dimenticarsi di migliaia di bambini costretti alla povertà in un Paese in cui l’infanzia dovrebbe essere un tesoro da preservare con sempre più impegno “soprattutto se si considera che i bambini nel nostro Paese sono sempre meno. Nel 2015 si è registrato un vero e proprio record negativo di nuovi nati registrati all’anagrafe: 485.780 bambini, un livello di guardia mai oltrepassato dall’Unità d’Italia. Abbiamo un tasso di natalità, pari a 8 nati ogni 1.000 residenti nel 2015, e il dato è in calo di anno in anno dal 2008, quando era pari a 9,8 su 1.000.”

Con l’insediamento, l’11 novembre 2016, del nuovo Osservatorio nazionale sulla Famiglia cambierà qualcosa? E soprattutto saranno disegnate nuove politiche a favore della famiglia e dei minori, ascoltando soprattutto le famiglie e i minori?

La presenza delle Associazioni familiari e del terzo settore tra i 36 membri dell’Assemblea dell’Osservatorio fa ben sperare, ma più di ogni cosa, speriamo che non si tratti di un Organismo puramente rappresentativo ma che diventi un luogo per co-disegnare politiche di supporto e sostegno che siano realmente riconducibili a bisogni, emergenze e possibilità future delle famiglie italiane.

Continue reading

693

25 Ottobre 2016 • Le Famiglie Netural, netural family

Love makes a family

lgbt_family-01-800x480
Articolo di Vittorio Lingiardi sul blog 27esimaora del 4 aprile 2013

Lo dice l’American academy of pediatrics: crescere con genitori gay non danneggia la salute psicologica del bambino. Conta l’amore. E allora non parliamo di “etero” e “omo”, ma di “genitori”

Se avevate bisogno di conferme: ecco i risultati di 30 anni di ricerche

Chi guarda senza pregiudizi, magari con meraviglia o persino con fiducia due persone dello stesso sesso che decidono di avere un bambino non sta delirando: sa che per fare un bambino ci vogliono l’ovocita e lo spermatozoo, la femmina e il maschio. Sa anche che ovocita e spermatozoo possono incontrarsi in modi altri che non sono il rapporto sessuale. Che si può diventare genitori di figli nati da precedenti relazioni del partner. Che esistono genitori adottivi, i quali a lungo concepiscono nei loro affetti e pensieri un figlio concepito biologicamente, ma poi rifiutato, da altri genitori.

E sa che i figli di genitori omosessuali, nati da forme alternative di concepimento, sono invece a lungo desiderati e perseguiti, come è anche per le coppie eterosessuali che si rivolgono alla fecondazione assistita. Insommaci sono modi diversi di diventare genitori. Se la sessualità non sempre coincide con la procreazione, non sempre il concepimento coincide con la genitorialità.

Qual è il «vero genitore»? Quello che mette a disposizione la propria biologia o quello che cresce il figlio fornendogli cure e sicurezza? A volte infatti le due opzioni non coincidono, vuoi perché molti genitori biologici non sono capaci di fornire cure e sicurezza, vuoi perché genitori non biologici (o coppie di genitori di cui uno solo è biologico) lo sono.

Il 20 marzo 2013 l’American Academy of Pediatrics (Aap) ha pubblicato un importante documento in cui, oltre a ribadire le conclusioni di una ricerca pubblicata nel 2006 («adulti coscienziosi e capaci di fornire cure, siano essi uomini o donne, etero o omosessuali, possono essere ottimi genitori»), afferma che, «nonostante le disparità di trattamento economico e legale e la stigmatizzazione sociale», trent’anni di ricerche documentano che l’essere cresciuti da genitori lesbiche e gay non danneggia la salute psicologica dei figli e che «il benessere dei bambini è influenzato dalla qualità delle relazioni con i genitori, dal senso di sicurezza e competenza di questi e dalla presenza di un sostegno sociale ed economico alle famiglie».

Motivo di più, conclude l’Aap, per sostenere definitivamente lalegalizzazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso.Love makes a family è il titolo di una pubblicazione dell’American Psychological Association. La copertina mostra una coppia di donne con le loro figlie. A chi obietta «ma i bambini hanno bisogno di una madre e di un padre!» ricordo l’importanza di considerare i risultati raggiunti da una mole vastissima di ricerche e le posizioni assunte dalle maggiori associazioni internazionali dei professionisti della salute mentale.

È infatti importante che le donne e gli uomini di scienza si esprimano sulla base di ipotesi condivise e possibilmente verificate empiricamente. Il tema della genitorialità omosessuale è di solito affidato a ideologie o visceralità di politici il più delle volte impreparati. Questo giornale ha il merito di avere finalmente chiesto agli psicoanalisti italiani, sospettosamente silenziosi sull’argomento, di esprimersi. Alcuni, come Antonino Ferro, lo hanno fatto con parole di psicoanalitica umanità («i figli li faccia chi ha voglia di accudirli con amore»), altri, come Silvia Vegetti Finzi, hanno usato, a mio avviso in modo idiosincratico, le parole della tradizione.

Davvero, mi chiede una studentessa, molti psicoanalisti contemporanei sono schierati contro la genitorialità omosessuale? No, è vero il contrario.

Ecco cosa risponde l’American Psychoanalytic Association a chi sostiene che avere genitori omosessuali è «contro l’interesse del bambino»: «È nell’interesse del bambino sviluppare un attaccamento verso genitori coinvolti, competenti, capaci di cure e di responsabilità educative. La valutazione di queste qualità genitoriali dovrebbe essere determinata senza pregiudizi rispetto all’orientamento sessuale». I soliti americani pragmatici e semplicistici? In Francia, cinquecento psicoanalisti hanno da poco firmato una petizione a favore del «matrimonio per tutti» e della possibilità di adozione per le persone omosessuali.

Posizioni analoghe sono sostenute dalle maggiori associazioni dei professionisti della salute mentale: dall’American Psychiatric Association alla British Psychological Society, dall’Academy of Pediatrics all’Associazione Italiana di Psicologia. Quest’ultima ricorda che «la ricerca psicologica ha messo in evidenza che ciò che è importante per il benessere dei bambini è la qualità dell’ambiente familiare», indipendentemente dal fatto che i genitori siano «conviventi, separati, risposati, single, dello stesso sesso».

Parole chiare, soprattutto se pensiamo a come viene esaltata aprioristicamente la genitorialità eterosessuale, dimenticando che può essere teatro di orrori (si pensi all’elevatissimo numero di abusi fisici e sessuali consumati nelle famiglie). Per essere buoni genitori non basta essere eterosessuali, così come essere omosessuali non significa essere cattivi genitori.

Togliamo gli aggettivi «etero» e «omo» e parliamo di genitorialità. Che in entrambi i casi può essere buona o cattiva.

 

Per leggere gli altri post della 27esima ora sul tema della genitorialità omosessuale collegatevi qui:
http://27esimaora.corriere.it/pagina/i-dibattitti-di-la27ora-figli-e-adozioni-delle-coppie-omosessuali/ 

Continue reading

Volontari e rette in natura. Gli asili nido che fanno tendenza

Articolo di Stefano Arduini del 23 giugno 2016 su VITA.it
roleplay_area_ok

Nei prossimi mesi si moltiplicheranno le esperienze dei cosiddetti nidi di comunità. Un modello vincente grazie al coinvolgimento del territorio.

La legge nazionale sugli asili nido, che da luoghi assistenziali li trasformava in servizi educativi, risale al 1971. Da allora le iscrizioni non sono mai calate. Da tre anni a questa parte (-4% dato Istat 2013) l’inversione del trend sta allontanando sempre più il nostro Paese dall’obiettivo europeo che a Lisbona nel 2000 ha fissato il traguardo al 33% (l’Italia oggi è ferma al 17%). Quarantacinque anni dopo quella riforma potremmo essere di fronte a un nuovo passaggio cruciale. La parola d’ordine questa volta è nido di comunità. Gli ingredienti? Un sistema di rette modulari in base sia al tempo di fruizione effettivo, sia alle capacità economi- che familiari; possibilità di “pagamenti in natura”; partecipazione attiva di genitori e parenti nella costruzione del piano educativo; coinvolgimento di volontari e, infine, attività di raccolta fondi.

Un format che Fondazione Mission Bambini con una sperimentazione lanciata nel 2006 ha già applicato in cento strutture in tutta Italia (investendo in tota- le 3,3 milioni di euro) equamente divise fra nidi standard e i cosiddetti spazi giochi, in particolare questi ultimi concentrati nel Sud, dove i dati delle presenze dei bambini negli asili nido sono disarmanti: in Calabria per esempio la percentuale è del 2,1%. «Il modello che abbiamo definito colloca il nido in relazione con il contesto territoriale per questo ci piace definirli nidi di comunità», interviene il responsabile Progetti Italia di Mission Bambini, Alberto Barenghi.

Nell’ambito infatti del Tfiey (Transatlantic Forum on InclusiveEarly Years) coordinato dalla Fondazione Re Baldovino (Belgio), Fondazione Cariplo, Compagnia di San Paolo, Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e di Rovigo e Fondazione Con Il Sud, in partenariato con la Fondazione Zancan promuoveranno in Italia la nascita di servizi comunitari in cui l’idea guida è il “concorso al risultato”: familiari e volontari vengono coinvolti nella realizza- zione dell’offerta educativa. I primi tre saranno attivi con l’avvio del prossimo anno scolastico in Veneto: a Padova, a Rovigo e a San Siro di Bagnoli di Sopra. Tutti sono supportati da un contributo biennale della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo che va dai 25 ai 30mila euro a copertura di circa il 70% delle spese di startup.

«In questo modo», interviene Annarita Mancarella, «doteremo il nostro isti- tuto di una sezione primavera per bimbi da 24 a 36 mesi». Mancarella è la coordinatrice didattico-educativa dell’istituto paritario Vendramini di Padova che già oggi comprende una scuola per l’infanzia e una primaria. «Adotteremo un modello di vera e propria sussidiarietà circolare», spiega, «in cui grazie alla coprogettazione scuola/famiglia, alla partecipazione delle associazioni e alla raccolta fondi avremo la possibilità di offrire una riduzione del 50% per almeno dieci figli di genitori in difficoltà economica».

Poco più a sud, a Rovigo opera invece la coop sociale Porto Alegre (2,4 milioni di fatturato con un utile di circa 100mi- la euro nel 2015). Desirèe Cobianchi è la responsabile del progetto. Anche in questo caso la modularità delle rette (il prezzo ipotizzato è di 8 euro l’ora) e la partecipazione attiva di volontari e genitori costituiranno il punto qualificante: «Ci sarà anche la chance di versare la retta contribuendo alle attività in prima persona coi laboratori didattici o aiutando a fare le pulizie».

Continue reading

Genitori e figli: la paura di essere inadeguati (TEDtalks)

1167760_ted_talks_thumb_big

La fatica di essere genitori non può diventare il  motivo per non diventarlo, e non può essere una fatica esserlo. Tutto questo deriva da un cambiamento storico e culturale dei ruoli, che spesso catapulta molti genitori disorientati sugli scaffali di librerie stracolme di consigli e ricette educative. Ma, forse, come dice Jennifer Senior, siamo solo spaventati perché, a differenza del passato, “Non abbiamo la più pallida idea di quale parte della nostra saggezza sia utile ai nostri figli”.

Fate un bel respiro e siate sereni, siamo in tanti a sentirci inadeguati. La buona notizia è che è tutto molto più semplice di quanto sembri.

Godetevi questo video di grande ispirazione.

Continue reading

In arrivo gli incentivi 2017 per la famiglia

lgbt_family-03-800x480

Il 15 ottobre è stato presentato il Pacchetto Famiglia del Governo previsto nella legge di Bilancio 2017. Molte le novità e gli aspetti da approfondire.

C’è un problema di fondo, però, che sembra permanere anche nelle nuove misure. E’ la mancanza di un “sistema di welfare” per la famiglia, l’assenza di una reale tutela per le donne che rientrano dopo la maternità a lavoro. Ed è un’azione che va innescata anche dal punto di vista “culturale”, bisogna esserne consapevoli. Le soluzioni economiche sono solo una piccola parte della faccenda, il grande tema è di atteggiamento sociale, di approccio sul lavoro,  è  di tipo organizzativo, perché in presenza di leggi a favore della flessibilità orari,a i datori di lavoro sembrano far finta di nulla o ritengono che sia ancora un’opzione a cui poter dire no. Deve essere un diritto dei genitori invece, e occorre cominciare a porsi il problema, anche a livello governativo.

Ecco in un articolo di Corriere.it alcune anticipazioni sulle proposte del governo.

Articolo di Rita Querzé da Corriere.it del 18 ottobre 2016

I nuovi bonus dal 2017 per le famiglie in attesa

Ottocento euro prima della nascita e mille euro l’anno per l’iscrizione al nido. Queste le due nuove misure del «pacchetto famiglia». Garantite entrambe indipendentemente dal reddito. Confermato il voucher baby sitter per le mamme che rientrano al lavoro subito dopo i cinque mesi di assenza obbligatoria. E anche il bonus bebé in aiuto ai nuclei con i redditi più bassi. Arriva inoltre un fondo per sostenere il credito a favore delle famiglie con nuovi nati

Mamma domani: 800 euro già prima della nascita

Seicento milioni di euro per il 2017 e 700 milioni per il 2018. Questo mobilita la legge di Bilancio per il 2017 per la famiglia. Come è stato annunciato ieri dal ministro per le politiche della famiglia Enrico Costa, si tratta di misure strutturali. Dal 2018 il governo Renzi prevede poi una riforma dell’Irpef in cui dovrebbe essere inserito un «fattore famiglia». In sostanza, il trattamento fiscale dovrebbe avere vantaggi crescenti con l’aumentare dei figli. Per quanto riguarda le misure che partiranno dal 2017, la prima novità del pacchetto famiglia riguarda un assegno di 800 euro per tutti i nuovi nati dal primo gennaio 2017. Questa somma sarà erogata prima ancora della nascita per fare fronte alle prime spese dovute alla gravidanza.

Il bonus bebé resta ma non aumenta

Il bonus bebé è una misura già esistente a sostegno delle famiglie a basso reddito. Si tratta di 80 euro al mese per tre anni (960 euro l’anno) a partire dalla nascita del figlio alle famiglie che hanno un Isee inferiore ai 25 mila euro. Per i nuclei con Isee inferiore a 7.000 euro l’anno si sale a 160 euro al mese pari a 1.920 l’anno. Nei mesi scorsi il ministro della Salute Lorenzin aveva lanciato l’idea di un aumento del bonus bebé (prolungamento a 5 anni e raddoppio della cifra mensile a 180 euro). Questa opzione non è passata per lasciare posto ad altre misure. E’ però raddoppiato l’assegno per i nuclei familiari che hanno un reddito lordo annuo inferiore ai 7.000 euro.

Buono nido fino a mille euro

Verrà garantito un «buono nido» fino a mille euro l’anno a tutti i bambini nati dal primo gennaio 2016 e fino ai tre anni di età. Attenzione, però, ai mille euro si arriva se il piccolo resta iscritto al nido tutto l’anno, altrimenti il bonus spetta in quota parte. Anche il buono nido verrà garantito a tutti, indipendentemente dal reddito.

Fondo credito per le famiglie che crescono

Nei prossimi tre anni il governo metterà 60 milioni di euro a costituzione di un fondo che servirà a garantire i prestiti a tasso agevolato a favore delle famiglie per le spese legate all’arrivo di un figlio.

Voucher da 600 euro per aiutare le donne a tenersi il lavoro

Il Voucher baby sitter è confermato per due anni e il finanziamento nel 2017 raddoppia. Si tratta di 600 euro al mese per pagare nido o baby sitter alle donne che tornano al lavoro subito dopo la maternità obbligatoria. Il voucher dura per i sei mesi corrispondenti al congedo facoltativo a cui la donna rinuncia. Quest’anno il bonus per le dipendenti era finanziato con 20 milioni di euro, gia finiti a luglio. Dall anno prossimo si sale a 40 milioni. Il finanziamento per le autonome passa da tre a dieci milioni.

Continue reading

930

19 Ottobre 2016 • Netural work, Senza categoria, smart working

La difficoltà di conciliare

mother-kissing-baby-87129433012057tQuando gli strumenti legislativi ci sono ma il sistema culturale è impreparato al cambiamento, succede spesso che le donne mollino la presa e accettino l’idea di restare escluse dal mercato del lavoro. Crediamo sia inaccettabile, ma riteniamo che sia urgente un cambio culturale in tal senso, che servano misure precise per garantire ad una madre o ad un padre di ottenere un part-time e una gestione più elastica dei tempi di lavoro. Una modalità potrebbe essere quella di condividere con l’azienda gli obiettivi di lavoro e i risultati da raggiungere, facilitando una nuova organizzazione dei tempi e dei luoghi.

Vogliamo provarci? Se siete aziende interessate a sperimentare percorsi di welfare innovativo che tutelino i lavoratoi, scrivete a hello@neturalfamily.com.

Articolo di Paolo Fantauzzi su l’Espresso del 18 ottobre 2016

Niente nido e part time negato: 10mila neo-mamme costrette a lasciare il lavoro

I numeri del ministero, in aumento, confermano la difficoltà di conciliare l’occupazione con la prole. Tanto da spingere molte madri a dimettersi. Senza considerare quelle precarie, alle quali basta non rinnovare il contratto

Assenza di asili per i piccoli, di un aiuto dei parenti, impossibilità di ottenere un orario consono alle proprie esigenze. Sono tanti i motivi che spingono una neo-mamma a lasciare il proprio impiego. La prevalenza di contratti a tempo determinato rende impossibile una stima delle madri che smettono di lavorare dopo il parto. Una indicazione viene tuttavia dal servizio ispettivo del ministero, chiamato a verificare che le dimissioni presentate da una dipendente in gravidanza o nei primi tre anni di vita del bambino siano genuine e non frutto di pressioni o comportamenti illegittimi.

Il trend è in crescita e i numeri sono significativi, sebbene le convalide siano previste sono nei casi di interruzione anticipata del rapporto di lavoro e quindi riguardi per lo più chi ha un contratto “stabile” (ai precari basta non rinnovare quello scaduto). Nel 2015 sono state 25.620 le madri che hanno presentato dimissioni volontarie (tremila in più del 2014): prevalentemente impiegate e operaie e per metà con un’anzianità di servizio inferiore a tre anni.

Che cosa le ha spinte a questa decisione? Quasi 10mila (9.395) hanno indicato la voce “difficoltà di conciliare il lavoro e le esigenze di cura della prole”, variamente declinata: assenza di parenti di supporto (4.700), mancato accoglimento al nido (3.482) ed elevata incidenza dei costi di assistenza del neonato (1.213). Una crescita del 10 per cento che, riconosce il rapporto del ministero, conferma quanto le famiglie di origine continuino a rappresentare un tassello fondamentale per “compensare la carenza di strutture di accoglienza sul territorio nazionale”. Ma c’è pure chi indica la mancata concessione del part time o la semplice modifica dei turni come motivazione: nel 2015 in 1.311 hanno detto addio al posto per questa ragione.

«Accade spesso che, sotto la pressione dei datori, le lavoratrici siano costrette a dimettersi perché si trovano in stato di gravidanza o entro il primo anno di vita del bambino. E molte vengono “convinte” con la possibilità di beneficiare dell’indennità di disoccupazione, che può oscillare fra 800 e 1.200 euro per un periodo che va da 12 a 24 mesi» commenta Gualtiero Biondo, responsabile nazionale degli Uffici vertenze della Cisl. Per chi si rifiuta, o semplicemente non ha un principale abbastanza “accorto”, può arrivare il licenziamento. Che però di rado viene contestato, anche quando se ne avrebbe tutto il diritto, ammette il sindacalista: «Da gennaio a oggi, su mille pratiche aperte, solo 20 sono relative a licenziamenti in gravidanza e cinque perché avvenuti entro il primo anno di matrimonio. A conferma che poche intentano un contenzioso vero e proprio».

«Prima della riforma Fornero la reintegra per i licenziamenti senza giusta causa era prevista sempre, col Jobs act solo se avvengono durante la maternità o sono discriminatori» spiega Stefano Muggia, avvocato giuslavorista. «Ma il problema è che c’è tutta una zona grigia difficile da dimostrare, perché l’onere della prova spetta al dipendente. E la verità è che dopo il primo anno di vita del bambino la madre lavoratrice viene sostanzialmente abbandonata».

Continue reading

885

19 Ottobre 2016 • Netural work

La solitudine della maternità

mouse-500995_960_720

Un’inchiesta di Paolo Fantauzzi sull’Espresso ci consegna una fotografica davvero sconfortante della condizione delle donne lavoratrici al ritorno dalle loro maternità. La maternità diventa così un ostacolo al lavoro prima e dopo. Possibile che i datori di lavoro siano così impreparati rispetto ad una condizione così “normale” nella vita dei lavoratori? 

Siamo certi che ci siano buoni esempi e buone storie di conciliazione e di politiche aziendali per il welfare a supporto delle famiglie. Se ne conoscete, mandatecele!

Scrivete  a hello@neturalfamily.com

 

Articolo di Paolo Fantauzzi sull’Espresso del 18 ottobre 2016 

I furbetti della maternità: così le aziende sfruttano e vessano le neo-mamme

Dipendenti impiegate durante il congedo per risparmiare sullo stipendio. Demansionamenti. Atteggiamenti discriminatori. Trasferimenti. Permessi negati. Se per tante donne fare un figlio è un’impresa, il rientro al lavoro può essere un incubo. Come dimostrano queste storie

“Non aspettare la cicogna” recita lo slogan del ministero della Salute ideato per il Fertility day. A 37 anni, e dopo numerosi tentativi, Antonella(il nome è di fantasia) si era decisa: andare in Spagna per coronare il sogno di diventare mamma. Ma come ha iniziato le pratiche per l’inseminazione artificiale, al lavoro sono iniziati i guai. Dopo quattro mesi di malattia segnati da ricorrenti attacchi d’ansia dovuti al trattamento e dopo aver comunicato l’intenzione di sottoporsi a un nuovo ciclo di terapia ormonale, è arrivata la lettera di licenziamento. Motivo: “il progetto futuro ed incondizionato di assentarsi periodicamente”, tale da provocare “notevoli danni e costi per straordinari”. Dopo un calvario giudiziario durato anni, nei mesi scorsi la Cassazione ha confermato la nullità del provvedimento: è discriminatorio cacciare un’impiegata che ha manifestato l’intenzione di sottoporsi a un intervento di fecondazione in vitro.
I furbetti della maternità: così le aziende sfruttano e vessano le neo-mamme
Come mostra la recente legge contro le “dimissioni in bianco”, gli sforzi per tutelare l’occupazione, specie quando riguarda le donne, non mancano. Solo che nella quotidianità tanti buoni propositi vengono resi carta straccia da principali interessati unicamente al tornaconto personale, capaci di aggirare le norme o piegarle a loro vantaggio. Furbetti che sfruttano le dipendenti facendole lavorare durante la gravidanza o impongono condizioni tali da spingerle alle dimissioni non appena rientrano dalla maternità obbligatoria, fra demansionamenti, trasferimenti e permessi negati pure quando spettano di diritto. L’obiettivo è sempre lo stesso: rendere la vita difficile e far mollare l’impiego. Anche le fortunate neo-mamme con un contratto stabile, infatti, sono protette fino al primo anno di vita del bambino. Dal giorno dopo possono diventare carne da macello. E spesso lo diventano.

I numeri del ministero, in aumento, confermano la difficoltà di conciliare l’occupazione con la prole. Tanto da spingere molte madri a dimettersi. Senza considerare quelle precarie, alle quali basta non rinnovare il contratto

Un fenomeno praticamente impossibile da censire, perché per qualche vicenda che finisce davanti a un giudice ce ne sono centinaia che rimangono nel silenzio, senza denunce né vertenze sindacali. Anche perché le vie legali sono spesso impervie: per dichiarare nullo un licenziamento occorre dimostrare che la discriminazione è la motivazione prevalente e l’onere della prova spetta al lavoratore.

MATERNITÀ SENZA RIPOSO
Al tribunale di Roma, ad esempio, è in corso una causa che – se confermata negli addebiti – aprirebbe una nuova frontiera all’astuzia datoriale: una dipendente stabilizzata al quarto mese di gravidanza ma costretta lavorare durante il congedo di maternità, mentre l’Inps le pagava gran parte dello stipendio. «All’inizio non mi pareva vero, ero felicissima del contratto. Poi ho capito» racconta Alessandra (nome di fantasia): «Continuavano a darmi cose da fare, nonostante nelle ultime settimane fossi costretta a restare stesa sul divano. Inoltre anche dopo il parto pretendevano che fossi reperibile pure di notte, con la piccola che si svegliava appena suonava il telefono».

Alessandra ha prodotto chat e mail aziendali a sostegno delle sue argomentazioni, l’azienda controbatte che ha fatto tutto di propria iniziativa, visto che il contratto indicava il domicilio come luogo di lavoro, e senza che nessuno le avesse chiesto alcunché. Lei intanto ha denunciato la vicenda all’Ispettorato del lavoro e all’Inps e ci sono accertamenti in corso per verificare l’ipotesi di truffa ai danni dello Stato. Tra l’altro pure un’altra dipendente, assunta incinta a tempo determinato e non rinnovata poco dopo lo scadere della maternità, sarebbe stata impiegata durante il congedo.

LA MADRE VIAGGIATRICE
Uno dei metodi più ricorrenti per indurre una neo-mamma a lasciare il posto è tuttavia il trasferimento. Come accaduto a Mariangela, spostata a 150 chilometri dalla sede originaria tre giorni dopo il primo compleanno di suo figlio, al termine della tutela garantita dalla legge. Motivo: il presunto calo del fatturato nel negozio in cui lavorava. Lei si rifiuta, contesta le motivazioni e dopo le sanzioni disciplinari arriva il licenziamento. Che la Corte d’Appello di Torino ha però ritenuto discriminatorio: l’azienda, che nel frattempo aveva assunto altri due dipendenti nel punto vendita, è stata condannata a reintegrarla e a pagarle gli arretrati.

Storia quasi identica vicino Padova, dove Lucia Zandarin è stata mandata via una settimana dopo il primo anno di vita della sua secondogenita. Causa scatenante: aver chiesto all’azienda di restare a casa il lunedì usufruendo del congedo parentale. «Nemmeno mi riconoscevano l’orario ridotto per l’allattamento e il medico era arrivato a prescrivermi dei tranquillanti perché la situazione di lavoro era diventata un pensiero fisso» racconta: «E dire che dopo la prima gravidanza, quando dovevo dormire fuori per le trasferte, mi era perfino capitato di girare in auto con l’altra piccola e mia madre». Lucia è riuscita a vedersi riconosciuta i suoi diritti dopo una vertenza sindacale: ha mollato il posto, ma ha ottenuto una congrua buonuscita minacciando una causa per licenziamento discriminatorio.

IL PERMESSO NO
Sempre il congedo parentale è stato vicino Lecco la causa del licenziamento di una segretaria part-time di un poliambulatorio: ci andava quattro giorni a settimana e al termine della maternità voleva stare a casa una volta a settimana, del tutto in linea con la legge. “Necessità inderogabili di organizzazione del lavoro e del regolare funzionamento” dello studio, le motivazioni nella lettera di benservito. Anche in questo caso, licenziamento discriminatorio, ha stabilito la Corte d’Appello di Milano.

Michela Martello, invece, dopo le ferie forzate volevano metterla in cassa integrazione, malgrado la società di prodotti erboristici in cui era impiegata fosse sanissima: «Volevano che mi dimettessi e cercavano di convincermi col fatto che, con un bambino di pochi mesi, avrei avuto diritto all’indennità di disoccupazione». Michela tiene duro ma quando torna si ritrova da sola in una stanzetta: isolata fisicamente dai colleghi, senza telefono, computer né mansione. A fare fotocopie. Proprio come capita alla protagonista del film “Mobbing”. Michela finisce dalla psicologa e alla fine fa causa all’azienda, assistita dalla Cgil ma con le critiche dei familiari che non condividono la decisione di intraprendere le vie legali.

Alla fine il danno subito è tale che il giudice dispone un risarcimento di 60 mila euro. «Sono tanti, è vero» ammette lei «ma davvero non c’è una somma che compensi la perdita di un lavoro che si ama e l’essere trattati in modo disumano. Sono stata in terapia a lungo e tranne il mio compagno nessuno ha appoggiato la mia scelta: è un problema culturale ma dobbiamo ribellarci. Noi donne per prime».

Continue reading

1053

18 Ottobre 2016 • Le Famiglie Netural

Le famiglie hanno bisogno di “ascolto”

img-20151221-wa0002

Nasce a Roma, negli spazi dell’Alveare, da un team interdisciplinare di organizzazioni,  un progetto molto interessante di “ascolto” della genitorialità.

Si chiama SPA – Spazi Parlanti di Autoaiuto e promuove azioni innovative di sostegno alla genitorialità, volte a valorizzare la famiglia come risorsa, a promuovere l’associazionismo familiare, la prossimità e la solidarietà diffusa, il lavoro di rete. Un processo di supporto importante e necessario, di cui le famiglie hanno un enorme bisogno e che vivono in maniera sempre diversa a seconda delle età dei loro figli. Per questo gli incontri sono suddividi anche per fasce di età e temi.

Ci sono incontri dedicati al rapporto dei genitori di adolescenti con i loro figli e incontri rivolti a famiglie separate, per esempio.

Un percorso davvero interessante che vi invitiamo ad approfondire qui

 

Continue reading

1610

18 Ottobre 2016 • articoli_home, Senza categoria

Cresce la rete dei Netural Family Point italiani

 

unnamed

Dopo la nascita del primo Netural Family Point italiano, a Casa Netural, Matera, siamo orgogliose di annunciare che la rete dei luoghi a sostegno della famiglia si estende anche a Milano, Roma, Firenze ed altre realtà che si stanno aggiungendo al nostro network e che potete trovare sulla nostra mappa!

Spazi di lavoro, di condivisione e di conciliazione a misura di NETural Family! cercate il nostro marchio!

Di seguito, in dettaglio, il racconto dei nostri spazi Netural Family Point in Italia:

Casa Netural

Lo spazio di coworking  e coliving  con sede in una casa di 240 mq nel quartiere storico di San Pardo, ha deciso di aprire le porte alla filosofia Netural Family sviluppando i suoi spazi a misura di famiglia.

E così, all’interno di Casa Netural è possibile accedere ad una playroom con giochi, libri ed è possibile allattare i propri bimbi grazie ad una comoda poltroncina allattamento.

Naturalmente per i più grandi è disponibile un bagno bimbi dedicato con adattatore wc e lavandino ad altezza bimbi. Se poi le mamme hanno la necessità di un cambio pannolino, hanno a disposizione un comodo fasciatoio con vaschetta e tutto il necessario per il cambio.

Nella zona cucina sono a disposizione due seggioloni, uno scalda pappa e uno scalda biberon.

Insomma, tutto ciò che possono desiderare genitori e figli per star bene insieme anche in giro per la città.

Gli spazi sono stati realizzati grazie al contributo di cittadini, sponsor locali e di Chicco Italia.


 

L’Alveare

L’Alveare è una cooperativa di produzione lavoro, tutta al femminile, nata per la gestione del coworking con spazio baby di Roma.

  • realizza e diffonde soluzioni per la conciliazione famiglia-lavoro;
  • promuove e realizza progetti a sostegno della genitorialità paritaria e condivisa;
  • sviluppa percorsi di reinserimento lavorativo per donne fuoriuscite dal mercato del lavoro;
  • organizza e ospita corsi e seminari;
  • collabora a progetti per una educazione senza stereotipi;
  • organizza e ospita attività family friendly.

L’Alveare ha, al suo interno, uno spazio Baby, dotato di ogni comfort per genitori e bimbi, angolo allattamento, spazio gioco e fasciatoio.


 

Qf

All’interno del coworking per mamme e papà Qf è presente lo spazio Qbaby, un micronido pensato non solo per i figli dei coworkers di Qf, ma anche per tutti i genitori che vogliono offrire ai propri bimbi un luogo di crescita accogliente, familiare e flessibile.

L’approccio educativo si caratterizza per la continuità con il percorso educativo della famiglia, per il recupero delle cose semplici e per un progetto pedagogico che pone al centro il bambino, i suoi tempi di sviluppo e le sue esigenze.

All’interno dello spazio di coworking vi è una cucina con tutto il necessario per la preparazione e il riscaldamento delle pappe dei più piccoli, nello spazio Qbaby vi sono numerosi giochi, fasciatoio e angolo allattamento.


 

Spazio Co-Stanza Firenze

Immagine

Continue reading

495

7 Ottobre 2016 • Senza categoria

I regali più belli per i nostri figli

Articolo di Elisabetta De Luca tratto da Huffington Post del 24 settembre 2016

Regalare il tempo, l’idea originale di una mamma lavoratrice per suo figlio di 9 anni

“Mio figlio compie 9 anni e per il suo compleanno gli ho regalato del tempo. Gli ho confezionato un plico di buoni da utilizzare quando vuole e ogni buono prevede un’attività da fare insieme che solitamente per mancanza di tempo, voglia o possibilità non riusciamo a fare”. È l’idea originale di mamma Lorena che ha voluto insegnare al suo Simone l’importanza di trascorrere quanto più tempo possibile insieme.

“I miei genitori hanno sempre lavorato tantissimo, sacrificando ogni momento – dice Lorena ad HuffPost – e appena era possibile trascorrevano del tempo con me. Ho sempre apprezzato molto tutti i sacrifici che loro hanno fatto…il poco tempo che avevamo era pieno di amore ed emozioni. E io vorrei trasmettere questo a Simone”. Conciliare lavoro e famiglia è un’impresa per molte mamme come Lorena, che lavora fino alle 15.30: “Sono rappresentante di classe e seguo mio figlio nella sua attività sportiva agonistica, gioca ad hockey su ghiaccio, e ho tenuto corsi di pasticceria alla sera, insomma non mi fermo mai! Così ho pensato di dargli un pacchetto virtuale con dentro il mio tempo”.

“Un giro in bicicletta insieme”, “Richiedere la tua cena preferita”, “Un pomeriggio in piscina” sono alcune delle richiesta che Simone potrà fare a mamma Lorena, staccando il “buono” dal blocchetto. “Sono tutte cose che io faccio già con mio figlio – precisa Lorena – ma volevo che avesse la possibilità di richiedere qualcosa quando ne sentiva desiderio”.

Il post di Lorena su su Facebook ha ricevuto molti apprezzamenti, soprattutto dalle mamme. Il plauso più importante, però, è stato quello di suo figlio Simone: “Pensavo che avrebbe apprezzato questo regalo crescendo e invece mi ha sorpreso dicendomi che tra tutti i regali ricevuti (e ne sono stati tanti), il mio è stato il più bello”.

Continue reading