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16 febbraio 2017 • netural family, Netural Women

Mamme, nutriamoci di leggerezza!

Diventare mamma rappresenta una di quelle sfide che quando ti trovi ad affrontarle ti sembrano videogiochi con livelli di difficoltà crescenti: mondo nuovo, nuova percezione della società, nuovi impatti sul mondo circostante, dal lavoro alle amiche ai compagni, nuovo stile di vita, un cucciolo da capire e aiutare a crescere.

Ma diventare mamma è anche una splendida avventura di crescita per tutte noi, un momento di scoperta di noi stesse e del mondo senza pari, un vero e proprio “master” (come lo definisce Riccarda Zezza nel suo MAAM) a cui ci ritroviamo iscritte all’improvviso. E allora, tanto vale godersi il nuovo percorso di formazione che ci attende.Elastigirl
Di sicuro, però, da mamme, c’è una cosa che più di tutte ci appassiona e ci dà coraggio, ed è la condivisione con altre mamme delle nostre paturnie gravidiche, delle nostre angosce da primipare e così via. E se la condivisione è accompagnata anche da due risate è davvero il massimo.

Per questo, oggi, vogliamo proporvi alcuni blog di mamme speciali che vivono la maternità sempre con un sorriso e con la giusta leggerezza che aiuta a stare meglio e a sentirsi più forti e insieme nell’avventura della maternità.

Sicuramente Claudia De Lillo, alias Elasti è la prima imperdibile amica di penna virtuale che dovrete avere, con il suo blog Nonsolomamma

Non di meno, vi consigliamo di farvi “un giretto” su 50 Sfumature di Mamma e di conoscere le tre autrici “amiche di forum” che hanno avviato questa avventura.

E non perdetevi nemmeno l’energia e la vitalità di Mammafelice di Barbara Damiano e di Supermamma di Angela Ercolano, esperta di cucina e mille idee creative.

E che dire di Mamamò, il blog di Roberta Franceschetti e Elisa Salamini su cui potrete trovare i migliori contenuti digitali per i vostri bimbi e ragazzi.

E chiudiamo i consigli di leggerezza e spensieratezza per le nostre #neturalwomen con due blog divertenti che vi faranno dimenticare le imperfezioni: Machedavvero di Chiara Cecilia Santamaria: blogger, scrittrice, giornalista freelance e mamma e Mamme a spillo  di Valentina Piccini, una mamma sui tacchi!

Insomma, non perdete mai il sorriso e l’opportunità di vivere la maternità con imperfezione e felicità!

 

 

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Benvenuta Silvia e il supporto alle famiglie NETuralFamily

Siamo molto felici di accogliere sul nostro blog Silvia Sellitto, psicologa, specializzata in genitorialità e psicologia perinatale. Silvia curerà il nostro Sportello Genitori online, un nuovo servizio di NETural Family per le famiglie che hanno bisogno di un supporto, di un consiglio e che soprattutto non vogliono sentirsi sole nell’affrontare le tante situazioni quotidiane di crescita familiare.

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Lo Sportello è il primo di una serie di servizi di supporto a distanza che attiveremo, con l’obiettivo di essere presenti nella vita di tante famiglie NETural come aiuto concreto quotidiano.

Ma conosciamo Silvia più da vicino.

Silvia é una psicologa che si occupa di genitorialità e psicologia perinatale in ambito pubblico e privato. Crede molto nel rispetto dell’unicità di ogni famiglia, della sua storia e dei suoi bisogni, inoltre é una fiera sostenitrice del contatto e del gioco per la promozione del benessere del bambino e di tutta la famiglia.
Dopo essersi formata a Milano e Londra, attualmente vive e lavora a Firenze dove si occupa di uno sportello per la genitorialità e organizza per le mamme e i loro partner gruppi di supporto post-partum basati sulla promozione della comunicazione tra i genitori e i loro bambini.

L’Accesso al servizio è gratuito per la prima consulenza e successivamente ha un costo stabilito dal professionista coinvolto.

(Se siete interessati, qui trovato la pagina dedicata allo Sportello!)

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Libri “spaventosi” per bimbi coraggiosi!

Conoscete la collana di libri che De Agostini Libri ha realizzato in collaborazione con Timbuktu per i bambini?

Noi li abbiamo letti e “sperimentati” e ai nostri bimbi sono piaciuti tantissimo!

La startup Timbuktu realizza prodotti digitali per bambini e ha lanciato questa nuova collana di manuali e app interattive per favorire la partecipazione attiva del bimbi alla lettura. I volumi propongono attività creative adatte ai lettori più curiosi: divertenti esperimenti, ricette golose per imparare a cucinare e ad apprezzare le verdure, e tante idee per organizzare una festa davvero mostruosa, tutto illustrato step by step.

Ecco i titoli della collana!

Il simpatico Mostro Igor apre le porte della sua cucina per svelare ai bambini tutti i segreti dei suoi deliziosi piatti. Tante ricette mostruosamente golose da preparare insieme a mamma e papà!

Il simpatico Mostro Igor apre le porte della sua cucina per svelare ai bambini tutti i segreti dei suoi deliziosi piatti. Tante ricette mostruosamente golose da preparare insieme a mamma e papà!

Un libro per aiutare i più piccoli a riconoscere, esorcizzare e superare le proprie paure.

Un libro per aiutare i più piccoli a riconoscere, esorcizzare e superare le proprie paure.

Yoko e Lars, spiegano ai bambini come diventare degli scienziati… mostruosi! tanti esperimenti mostruosi da fare con mamma e papà.

 

 

Cosa occorre per trasformare una festa noiosa in una... mostruosa? Tanta fantasia! Un manuale completo per aiutare i bambini ad organizzare un party davvero

Cosa occorre per trasformare una festa noiosa in una… mostruosa? Tanta fantasia! Un manuale completo per aiutare i bambini ad organizzare un party davvero “spaventoso”

Un ulteriore valore aggiunto è dato dall’app inclusa nel prezzo di ciascun libro: tanti contenuti interattivi per divertirsi con gli scanzonati personaggi di Timbuktu!

Una serie tutta da leggere con mamma, papà e fratellini. Fateci sapere se vi è piaciuta, scrivendoci a hello@neturalfamily.com.

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Il diritto di un Paese a misura di bambino

Fa davvero male leggere le notizie di questi giorni a proposito della ricerca di Save the Children sulla condizione dei bambini in Italia. Il nostro sembra proprio non essere un Paese accogliente per i più piccoli e purtroppo se negheremo ai bambini il diritto ad essere sereni e a crescere con gli occhi pieni di stupore e immaginazione non potremo aspettarci un futuro roseo.

Secondo i dati della ricerca, supportati da dati Eurostat, 1 minore su 3 è a rischio povertà ed esclusione sociale.

I ragazzi con problemi economici vanno meno a scuola e abbandonano più spesso gli studi, fanno meno sport e si ammalano di più. E la cosa più grave è che, rispetto agli altri paesi europei, lo Stato spende molto meno per il loro futuro. Siamo agli ultimi posti, prima solo di Romania a Grecia.

Purtroppo i dati non sono affatto incoraggianti, come è possibile leggere direttamente dal 7° Atlante dell’Infanzia a rischio “Bambini, Supereroi” che quest’anno, per la prima volta, viene pubblicato da Treccani e sarà disponibile nelle librerie italiane da inizio dicembre 2016.

è davvero difficile leggere le stime proposte da Save the Children. La ricerca descrive un’Italia in cui  i bambini di 4 famiglie povere su 10 soffrono il freddo d’inverno perché i loro genitori non possono permettersi di riscaldare adeguatamente la casa. Più di 1 minore su 4 abita in appartamenti umidi, mentre l’abitazione di oltre 1 bambino su 10 che vive in famiglie a basso reddito non è sufficientemente luminosa.

1 bambino su 20 non possiede giochi a casa o da usare all’aria aperta, mentre più di 1 su 10 non può permettersi di praticare sport o frequentare corsi extrascolastici.

E purtroppo, in mancanza di politiche serie per l’infanzia, malgrado gli altissimi livelli di resilienza dei bambini, che mostrano di possedere veri e propri “superpoteri” per affrontare le forti limitazioni di cui sono vittime, moltissimi di loro, una volta adolescenti non ce la fanno a proseguire i percorsi scolastici o a conseguire titoli di studio più elevati, venendo automaticamente tagliati fuori da un futuro migliore e da un contesto sociale più inclusivo.

è una delle emergenze italiane che vogliamo  mettere in evidenza con forza e che non è accettabile continui a perdurare, non è possibile dimenticarsi di migliaia di bambini costretti alla povertà in un Paese in cui l’infanzia dovrebbe essere un tesoro da preservare con sempre più impegno “soprattutto se si considera che i bambini nel nostro Paese sono sempre meno. Nel 2015 si è registrato un vero e proprio record negativo di nuovi nati registrati all’anagrafe: 485.780 bambini, un livello di guardia mai oltrepassato dall’Unità d’Italia. Abbiamo un tasso di natalità, pari a 8 nati ogni 1.000 residenti nel 2015, e il dato è in calo di anno in anno dal 2008, quando era pari a 9,8 su 1.000.”

Con l’insediamento, l’11 novembre 2016, del nuovo Osservatorio nazionale sulla Famiglia cambierà qualcosa? E soprattutto saranno disegnate nuove politiche a favore della famiglia e dei minori, ascoltando soprattutto le famiglie e i minori?

La presenza delle Associazioni familiari e del terzo settore tra i 36 membri dell’Assemblea dell’Osservatorio fa ben sperare, ma più di ogni cosa, speriamo che non si tratti di un Organismo puramente rappresentativo ma che diventi un luogo per co-disegnare politiche di supporto e sostegno che siano realmente riconducibili a bisogni, emergenze e possibilità future delle famiglie italiane.

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25 ottobre 2016 • Le Famiglie Netural, netural family

Love makes a family

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Articolo di Vittorio Lingiardi sul blog 27esimaora del 4 aprile 2013

Lo dice l’American academy of pediatrics: crescere con genitori gay non danneggia la salute psicologica del bambino. Conta l’amore. E allora non parliamo di “etero” e “omo”, ma di “genitori”

Se avevate bisogno di conferme: ecco i risultati di 30 anni di ricerche

Chi guarda senza pregiudizi, magari con meraviglia o persino con fiducia due persone dello stesso sesso che decidono di avere un bambino non sta delirando: sa che per fare un bambino ci vogliono l’ovocita e lo spermatozoo, la femmina e il maschio. Sa anche che ovocita e spermatozoo possono incontrarsi in modi altri che non sono il rapporto sessuale. Che si può diventare genitori di figli nati da precedenti relazioni del partner. Che esistono genitori adottivi, i quali a lungo concepiscono nei loro affetti e pensieri un figlio concepito biologicamente, ma poi rifiutato, da altri genitori.

E sa che i figli di genitori omosessuali, nati da forme alternative di concepimento, sono invece a lungo desiderati e perseguiti, come è anche per le coppie eterosessuali che si rivolgono alla fecondazione assistita. Insommaci sono modi diversi di diventare genitori. Se la sessualità non sempre coincide con la procreazione, non sempre il concepimento coincide con la genitorialità.

Qual è il «vero genitore»? Quello che mette a disposizione la propria biologia o quello che cresce il figlio fornendogli cure e sicurezza? A volte infatti le due opzioni non coincidono, vuoi perché molti genitori biologici non sono capaci di fornire cure e sicurezza, vuoi perché genitori non biologici (o coppie di genitori di cui uno solo è biologico) lo sono.

Il 20 marzo 2013 l’American Academy of Pediatrics (Aap) ha pubblicato un importante documento in cui, oltre a ribadire le conclusioni di una ricerca pubblicata nel 2006 («adulti coscienziosi e capaci di fornire cure, siano essi uomini o donne, etero o omosessuali, possono essere ottimi genitori»), afferma che, «nonostante le disparità di trattamento economico e legale e la stigmatizzazione sociale», trent’anni di ricerche documentano che l’essere cresciuti da genitori lesbiche e gay non danneggia la salute psicologica dei figli e che «il benessere dei bambini è influenzato dalla qualità delle relazioni con i genitori, dal senso di sicurezza e competenza di questi e dalla presenza di un sostegno sociale ed economico alle famiglie».

Motivo di più, conclude l’Aap, per sostenere definitivamente lalegalizzazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso.Love makes a family è il titolo di una pubblicazione dell’American Psychological Association. La copertina mostra una coppia di donne con le loro figlie. A chi obietta «ma i bambini hanno bisogno di una madre e di un padre!» ricordo l’importanza di considerare i risultati raggiunti da una mole vastissima di ricerche e le posizioni assunte dalle maggiori associazioni internazionali dei professionisti della salute mentale.

È infatti importante che le donne e gli uomini di scienza si esprimano sulla base di ipotesi condivise e possibilmente verificate empiricamente. Il tema della genitorialità omosessuale è di solito affidato a ideologie o visceralità di politici il più delle volte impreparati. Questo giornale ha il merito di avere finalmente chiesto agli psicoanalisti italiani, sospettosamente silenziosi sull’argomento, di esprimersi. Alcuni, come Antonino Ferro, lo hanno fatto con parole di psicoanalitica umanità («i figli li faccia chi ha voglia di accudirli con amore»), altri, come Silvia Vegetti Finzi, hanno usato, a mio avviso in modo idiosincratico, le parole della tradizione.

Davvero, mi chiede una studentessa, molti psicoanalisti contemporanei sono schierati contro la genitorialità omosessuale? No, è vero il contrario.

Ecco cosa risponde l’American Psychoanalytic Association a chi sostiene che avere genitori omosessuali è «contro l’interesse del bambino»: «È nell’interesse del bambino sviluppare un attaccamento verso genitori coinvolti, competenti, capaci di cure e di responsabilità educative. La valutazione di queste qualità genitoriali dovrebbe essere determinata senza pregiudizi rispetto all’orientamento sessuale». I soliti americani pragmatici e semplicistici? In Francia, cinquecento psicoanalisti hanno da poco firmato una petizione a favore del «matrimonio per tutti» e della possibilità di adozione per le persone omosessuali.

Posizioni analoghe sono sostenute dalle maggiori associazioni dei professionisti della salute mentale: dall’American Psychiatric Association alla British Psychological Society, dall’Academy of Pediatrics all’Associazione Italiana di Psicologia. Quest’ultima ricorda che «la ricerca psicologica ha messo in evidenza che ciò che è importante per il benessere dei bambini è la qualità dell’ambiente familiare», indipendentemente dal fatto che i genitori siano «conviventi, separati, risposati, single, dello stesso sesso».

Parole chiare, soprattutto se pensiamo a come viene esaltata aprioristicamente la genitorialità eterosessuale, dimenticando che può essere teatro di orrori (si pensi all’elevatissimo numero di abusi fisici e sessuali consumati nelle famiglie). Per essere buoni genitori non basta essere eterosessuali, così come essere omosessuali non significa essere cattivi genitori.

Togliamo gli aggettivi «etero» e «omo» e parliamo di genitorialità. Che in entrambi i casi può essere buona o cattiva.

 

Per leggere gli altri post della 27esima ora sul tema della genitorialità omosessuale collegatevi qui:
http://27esimaora.corriere.it/pagina/i-dibattitti-di-la27ora-figli-e-adozioni-delle-coppie-omosessuali/ 

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Le mamme hanno bisogno di essere “insieme”

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Ci sono anche storie belle da raccontare di rientri a lavoro non traumatici, di accoglienza, di tribù che ti fanno sentire a casa, anche a lavoro, e che ti fanno sentire che la tua nuova condizione di mamma non potrà che essere un’opportunità per tutti. Questa è la storia di Sofia Borri, direttore di Piano C, tornata a lavoro dopo la sua seconda gravidanza.

Articolo di Sofia Borri del 20 ottobre 2015  pubblicato su Piano C 

“Per crescere una mamma ci vuole un villaggio”

Sofia a Piano CIeri sono tornata al lavoro dopo la mia seconda maternità e ad accogliermi ho trovato questo post di Riccarda. Mi ha fatto un immenso piacere per tante ragioni.

Perché è bello sapere che qualcuno ti aspetta.
Perché mi ha dato la carica per affrontare le prossime settimane che saranno un importante cambiamento
per me e la mia bambina.
Perché mi ha ricordato che far bene il proprio lavoro vuol dire voler bene ai propri progetti così come alle persone.
Perché è giusto, importante e bello che proprio a Piano C sperimentiamo tutto questo a partire dalla nostra organizzazione e lo raccontiamo come qualcosa di possibile. Possibile non solo a Piano C.
Perché non dobbiamo più far credere che per tornare al lavoro si debba essere delle wonder woman o che, peggio, la responsabilità di questa scelta in termini di fatica, stress, ansia e a volte addirittura colpa sia tutta sulle spalle di noi donne.

Per questo ho pensato di raccontarvi di cosa è fatto questo rientro dalla maternità, che sembra speciale e privilegiato ma così non dovrebbe essere.

A renderlo possibile siamo in tanti, un intero villaggio (parafrasando un antico proverbio africano). Innanzitutto io, la mia libera scelta e il mio desiderio di riprendere in mano i miei progetti e il mio lavoro. Poi uno spazio di lavoro che mi accoglierà con Adele per il tempo che riterrò necessario, per non dover smetter di allattare e per rendere il distacco più graduale (grazie Cobaby).

Poi colleghe e colleghi che considerano naturale il fatto che in questa fase della mia vita io intrecci il lavoro alla cura della mia bimba e non si scandalizzano per un pannolino o una sdraietta dove meno te l’aspetti.
Un’organizzazione intera che non ha bisogno di controllare il mio lavoro e sa che, offrendomi la possibilità di gestire con flessibilità il mio tempo, sicuramente farò del mio meglio, anche per il fatto che ora ho qualcuno in più a cui pensare.

Infine, ma non per ultimo, un compagno che condivide come me la cura e la responsabilità delle nostre figlie, negoziando giornate di congedo con la sua azienda, sollevandomi dalla gestione della casa e considerando il mio ritorno al lavoro come qualcosa che fa bene a me e alla nostra famiglia e che serve anche un po’ a questo paese per raccontare che in un modo diverso si può e si deve fare.

Ed è responsabilità di tutti e tutte.

 

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19 ottobre 2016 • Netural work, Senza categoria, smart working

La difficoltà di conciliare

mother-kissing-baby-87129433012057tQuando gli strumenti legislativi ci sono ma il sistema culturale è impreparato al cambiamento, succede spesso che le donne mollino la presa e accettino l’idea di restare escluse dal mercato del lavoro. Crediamo sia inaccettabile, ma riteniamo che sia urgente un cambio culturale in tal senso, che servano misure precise per garantire ad una madre o ad un padre di ottenere un part-time e una gestione più elastica dei tempi di lavoro. Una modalità potrebbe essere quella di condividere con l’azienda gli obiettivi di lavoro e i risultati da raggiungere, facilitando una nuova organizzazione dei tempi e dei luoghi.

Vogliamo provarci? Se siete aziende interessate a sperimentare percorsi di welfare innovativo che tutelino i lavoratoi, scrivete a hello@neturalfamily.com.

Articolo di Paolo Fantauzzi su l’Espresso del 18 ottobre 2016

Niente nido e part time negato: 10mila neo-mamme costrette a lasciare il lavoro

I numeri del ministero, in aumento, confermano la difficoltà di conciliare l’occupazione con la prole. Tanto da spingere molte madri a dimettersi. Senza considerare quelle precarie, alle quali basta non rinnovare il contratto

Assenza di asili per i piccoli, di un aiuto dei parenti, impossibilità di ottenere un orario consono alle proprie esigenze. Sono tanti i motivi che spingono una neo-mamma a lasciare il proprio impiego. La prevalenza di contratti a tempo determinato rende impossibile una stima delle madri che smettono di lavorare dopo il parto. Una indicazione viene tuttavia dal servizio ispettivo del ministero, chiamato a verificare che le dimissioni presentate da una dipendente in gravidanza o nei primi tre anni di vita del bambino siano genuine e non frutto di pressioni o comportamenti illegittimi.

Il trend è in crescita e i numeri sono significativi, sebbene le convalide siano previste sono nei casi di interruzione anticipata del rapporto di lavoro e quindi riguardi per lo più chi ha un contratto “stabile” (ai precari basta non rinnovare quello scaduto). Nel 2015 sono state 25.620 le madri che hanno presentato dimissioni volontarie (tremila in più del 2014): prevalentemente impiegate e operaie e per metà con un’anzianità di servizio inferiore a tre anni.

Che cosa le ha spinte a questa decisione? Quasi 10mila (9.395) hanno indicato la voce “difficoltà di conciliare il lavoro e le esigenze di cura della prole”, variamente declinata: assenza di parenti di supporto (4.700), mancato accoglimento al nido (3.482) ed elevata incidenza dei costi di assistenza del neonato (1.213). Una crescita del 10 per cento che, riconosce il rapporto del ministero, conferma quanto le famiglie di origine continuino a rappresentare un tassello fondamentale per “compensare la carenza di strutture di accoglienza sul territorio nazionale”. Ma c’è pure chi indica la mancata concessione del part time o la semplice modifica dei turni come motivazione: nel 2015 in 1.311 hanno detto addio al posto per questa ragione.

«Accade spesso che, sotto la pressione dei datori, le lavoratrici siano costrette a dimettersi perché si trovano in stato di gravidanza o entro il primo anno di vita del bambino. E molte vengono “convinte” con la possibilità di beneficiare dell’indennità di disoccupazione, che può oscillare fra 800 e 1.200 euro per un periodo che va da 12 a 24 mesi» commenta Gualtiero Biondo, responsabile nazionale degli Uffici vertenze della Cisl. Per chi si rifiuta, o semplicemente non ha un principale abbastanza “accorto”, può arrivare il licenziamento. Che però di rado viene contestato, anche quando se ne avrebbe tutto il diritto, ammette il sindacalista: «Da gennaio a oggi, su mille pratiche aperte, solo 20 sono relative a licenziamenti in gravidanza e cinque perché avvenuti entro il primo anno di matrimonio. A conferma che poche intentano un contenzioso vero e proprio».

«Prima della riforma Fornero la reintegra per i licenziamenti senza giusta causa era prevista sempre, col Jobs act solo se avvengono durante la maternità o sono discriminatori» spiega Stefano Muggia, avvocato giuslavorista. «Ma il problema è che c’è tutta una zona grigia difficile da dimostrare, perché l’onere della prova spetta al dipendente. E la verità è che dopo il primo anno di vita del bambino la madre lavoratrice viene sostanzialmente abbandonata».

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19 ottobre 2016 • Netural work

La solitudine della maternità

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Un’inchiesta di Paolo Fantauzzi sull’Espresso ci consegna una fotografica davvero sconfortante della condizione delle donne lavoratrici al ritorno dalle loro maternità. La maternità diventa così un ostacolo al lavoro prima e dopo. Possibile che i datori di lavoro siano così impreparati rispetto ad una condizione così “normale” nella vita dei lavoratori? 

Siamo certi che ci siano buoni esempi e buone storie di conciliazione e di politiche aziendali per il welfare a supporto delle famiglie. Se ne conoscete, mandatecele!

Scrivete  a hello@neturalfamily.com

 

Articolo di Paolo Fantauzzi sull’Espresso del 18 ottobre 2016 

I furbetti della maternità: così le aziende sfruttano e vessano le neo-mamme

Dipendenti impiegate durante il congedo per risparmiare sullo stipendio. Demansionamenti. Atteggiamenti discriminatori. Trasferimenti. Permessi negati. Se per tante donne fare un figlio è un’impresa, il rientro al lavoro può essere un incubo. Come dimostrano queste storie

“Non aspettare la cicogna” recita lo slogan del ministero della Salute ideato per il Fertility day. A 37 anni, e dopo numerosi tentativi, Antonella(il nome è di fantasia) si era decisa: andare in Spagna per coronare il sogno di diventare mamma. Ma come ha iniziato le pratiche per l’inseminazione artificiale, al lavoro sono iniziati i guai. Dopo quattro mesi di malattia segnati da ricorrenti attacchi d’ansia dovuti al trattamento e dopo aver comunicato l’intenzione di sottoporsi a un nuovo ciclo di terapia ormonale, è arrivata la lettera di licenziamento. Motivo: “il progetto futuro ed incondizionato di assentarsi periodicamente”, tale da provocare “notevoli danni e costi per straordinari”. Dopo un calvario giudiziario durato anni, nei mesi scorsi la Cassazione ha confermato la nullità del provvedimento: è discriminatorio cacciare un’impiegata che ha manifestato l’intenzione di sottoporsi a un intervento di fecondazione in vitro.
I furbetti della maternità: così le aziende sfruttano e vessano le neo-mamme
Come mostra la recente legge contro le “dimissioni in bianco”, gli sforzi per tutelare l’occupazione, specie quando riguarda le donne, non mancano. Solo che nella quotidianità tanti buoni propositi vengono resi carta straccia da principali interessati unicamente al tornaconto personale, capaci di aggirare le norme o piegarle a loro vantaggio. Furbetti che sfruttano le dipendenti facendole lavorare durante la gravidanza o impongono condizioni tali da spingerle alle dimissioni non appena rientrano dalla maternità obbligatoria, fra demansionamenti, trasferimenti e permessi negati pure quando spettano di diritto. L’obiettivo è sempre lo stesso: rendere la vita difficile e far mollare l’impiego. Anche le fortunate neo-mamme con un contratto stabile, infatti, sono protette fino al primo anno di vita del bambino. Dal giorno dopo possono diventare carne da macello. E spesso lo diventano.

I numeri del ministero, in aumento, confermano la difficoltà di conciliare l’occupazione con la prole. Tanto da spingere molte madri a dimettersi. Senza considerare quelle precarie, alle quali basta non rinnovare il contratto

Un fenomeno praticamente impossibile da censire, perché per qualche vicenda che finisce davanti a un giudice ce ne sono centinaia che rimangono nel silenzio, senza denunce né vertenze sindacali. Anche perché le vie legali sono spesso impervie: per dichiarare nullo un licenziamento occorre dimostrare che la discriminazione è la motivazione prevalente e l’onere della prova spetta al lavoratore.

MATERNITÀ SENZA RIPOSO
Al tribunale di Roma, ad esempio, è in corso una causa che – se confermata negli addebiti – aprirebbe una nuova frontiera all’astuzia datoriale: una dipendente stabilizzata al quarto mese di gravidanza ma costretta lavorare durante il congedo di maternità, mentre l’Inps le pagava gran parte dello stipendio. «All’inizio non mi pareva vero, ero felicissima del contratto. Poi ho capito» racconta Alessandra (nome di fantasia): «Continuavano a darmi cose da fare, nonostante nelle ultime settimane fossi costretta a restare stesa sul divano. Inoltre anche dopo il parto pretendevano che fossi reperibile pure di notte, con la piccola che si svegliava appena suonava il telefono».

Alessandra ha prodotto chat e mail aziendali a sostegno delle sue argomentazioni, l’azienda controbatte che ha fatto tutto di propria iniziativa, visto che il contratto indicava il domicilio come luogo di lavoro, e senza che nessuno le avesse chiesto alcunché. Lei intanto ha denunciato la vicenda all’Ispettorato del lavoro e all’Inps e ci sono accertamenti in corso per verificare l’ipotesi di truffa ai danni dello Stato. Tra l’altro pure un’altra dipendente, assunta incinta a tempo determinato e non rinnovata poco dopo lo scadere della maternità, sarebbe stata impiegata durante il congedo.

LA MADRE VIAGGIATRICE
Uno dei metodi più ricorrenti per indurre una neo-mamma a lasciare il posto è tuttavia il trasferimento. Come accaduto a Mariangela, spostata a 150 chilometri dalla sede originaria tre giorni dopo il primo compleanno di suo figlio, al termine della tutela garantita dalla legge. Motivo: il presunto calo del fatturato nel negozio in cui lavorava. Lei si rifiuta, contesta le motivazioni e dopo le sanzioni disciplinari arriva il licenziamento. Che la Corte d’Appello di Torino ha però ritenuto discriminatorio: l’azienda, che nel frattempo aveva assunto altri due dipendenti nel punto vendita, è stata condannata a reintegrarla e a pagarle gli arretrati.

Storia quasi identica vicino Padova, dove Lucia Zandarin è stata mandata via una settimana dopo il primo anno di vita della sua secondogenita. Causa scatenante: aver chiesto all’azienda di restare a casa il lunedì usufruendo del congedo parentale. «Nemmeno mi riconoscevano l’orario ridotto per l’allattamento e il medico era arrivato a prescrivermi dei tranquillanti perché la situazione di lavoro era diventata un pensiero fisso» racconta: «E dire che dopo la prima gravidanza, quando dovevo dormire fuori per le trasferte, mi era perfino capitato di girare in auto con l’altra piccola e mia madre». Lucia è riuscita a vedersi riconosciuta i suoi diritti dopo una vertenza sindacale: ha mollato il posto, ma ha ottenuto una congrua buonuscita minacciando una causa per licenziamento discriminatorio.

IL PERMESSO NO
Sempre il congedo parentale è stato vicino Lecco la causa del licenziamento di una segretaria part-time di un poliambulatorio: ci andava quattro giorni a settimana e al termine della maternità voleva stare a casa una volta a settimana, del tutto in linea con la legge. “Necessità inderogabili di organizzazione del lavoro e del regolare funzionamento” dello studio, le motivazioni nella lettera di benservito. Anche in questo caso, licenziamento discriminatorio, ha stabilito la Corte d’Appello di Milano.

Michela Martello, invece, dopo le ferie forzate volevano metterla in cassa integrazione, malgrado la società di prodotti erboristici in cui era impiegata fosse sanissima: «Volevano che mi dimettessi e cercavano di convincermi col fatto che, con un bambino di pochi mesi, avrei avuto diritto all’indennità di disoccupazione». Michela tiene duro ma quando torna si ritrova da sola in una stanzetta: isolata fisicamente dai colleghi, senza telefono, computer né mansione. A fare fotocopie. Proprio come capita alla protagonista del film “Mobbing”. Michela finisce dalla psicologa e alla fine fa causa all’azienda, assistita dalla Cgil ma con le critiche dei familiari che non condividono la decisione di intraprendere le vie legali.

Alla fine il danno subito è tale che il giudice dispone un risarcimento di 60 mila euro. «Sono tanti, è vero» ammette lei «ma davvero non c’è una somma che compensi la perdita di un lavoro che si ama e l’essere trattati in modo disumano. Sono stata in terapia a lungo e tranne il mio compagno nessuno ha appoggiato la mia scelta: è un problema culturale ma dobbiamo ribellarci. Noi donne per prime».

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18 ottobre 2016 • Le Famiglie Netural

Le famiglie hanno bisogno di “ascolto”

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Nasce a Roma, negli spazi dell’Alveare, da un team interdisciplinare di organizzazioni,  un progetto molto interessante di “ascolto” della genitorialità.

Si chiama SPA – Spazi Parlanti di Autoaiuto e promuove azioni innovative di sostegno alla genitorialità, volte a valorizzare la famiglia come risorsa, a promuovere l’associazionismo familiare, la prossimità e la solidarietà diffusa, il lavoro di rete. Un processo di supporto importante e necessario, di cui le famiglie hanno un enorme bisogno e che vivono in maniera sempre diversa a seconda delle età dei loro figli. Per questo gli incontri sono suddividi anche per fasce di età e temi.

Ci sono incontri dedicati al rapporto dei genitori di adolescenti con i loro figli e incontri rivolti a famiglie separate, per esempio.

Un percorso davvero interessante che vi invitiamo ad approfondire qui

 

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4 ottobre 2016 • Netural Women

Occupazione femminile, fotografia dell’Italia di oggi

Articolo di Barbara Leda e Kenny Anna Zattoni pubblicato su InGenere del 22.11.15

Qual è lo stato dell’occupazione femminile in Italia? Quante donne dovrebbero entrare nel mercato del lavoro per raggiungere gli obiettivi internazionali? Quale lavoro le aspetta? Una fotografia del presente.

2,7 milioni sono le donne che in Italia dovrebbero entrare nel mercato del lavoro per raggiungere gli obiettivi previsti dall’ultimo G20, svoltosi in Australia nel 2014, che si era posto come traguardo una ripresa economica che vedesse aumentare i Pil ma anche l’occupazione. Il target specifico fissato in quell’occasione per le donne a livello mondiale: farne entrare nel mercato del lavoro 100 milioni in 10 anni. Quello che il gruppo di lavoro Women20 (W20) si propone di fare, è proprio creare una piattaforma di azione comune che consenta il raggiungimento di tale obiettivo.

L’inclusione economica e lavorativa delle donne in Italia

2,7 milioni è anche il numero di occupate che secondo l’Istat consentirebbe all’Italia, attualmente ultima in Europa per tasso di occupazione lavorativa femminile, di allinearsi con la media europea. Il nostro paese, in realtà, è ben lontano dall’obiettivo già fissato dalla strategia di Lisbona, che prevedeva l’impiego del  60% di donne entro il 2010. Un obiettivo che, secondo la Banca d’Italia, avrebbe ricadute positive per tutta la società, facendo crescere il Pil del 7%.

La bassa occupazione delle donne è sintomatica di una condizione generale di disuguaglianza: lo rileva il Gender Equality Indexelaborato dall’EIGE (l’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere) che vede l’Italia sotto la media europea e il rapporto Global Gender Gap, pubblicato annualmente dal World Economic Forum, che attribuisce all’Italia il 69esimo posto nella classifica mondiale per la parità di genere.

Le cause

In Italia, la struttura economica, l’organizzazione del lavoro, gli stereotipi di genere sono strettamente correlati a quanto lavoro di cura ci si aspetta che venga svolto dalle donne nelle case, al tipo di welfare a cui hanno accesso e alle possibilità che hanno di entrare nel mercato del lavoro.

Le donne italiane sono considerate come le principali referenti e responsabili del lavoro domestico e di cura: secondo Eurostat dedicano alle responsabilità familiari più tempo di tutte le altre donne europee, ben 5 ore e 20 minuti al giorno. Ossia 3 ore e 45 minuti più degli uomini. Questa differenza nell’uso del tempo tra uomini e donne tende a diminuire a mano a mano che il tasso di occupazione cresce: in Svezia per esempio sono solo 73 minuti, poco più di un’ora. Se consideriamo il part-time maschile come un indicatore della partecipazione degli uomini al lavoro domestico i dati vengono confermati: quello italiano è uno dei più bassi d’Europa, l’8,4% contro il 7,8% in Francia, il 10,8% in Germania, il 13,1% in UK e il 15,1% in Svezia (Eurostat 2014). La scarsa partecipazione maschile al lavoro di cura si somma all’inadeguatezza dei servizi preposti: ad esempio il tasso di copertura dei servizi per la prima infanzia (asilo nido) è uno dei più bassi in Europa e risulta inferiore al 13,5% (Istat 2013). Inoltre a causa delle politiche di austerità molti servizi sono stati tagliati: tra questi il tempo pieno a scuola, i servizi di assistenza domiciliare agli anziani, ecc.

Il risultato? Sono ben 2,3 milioni le donne che risultano inattive per motivi di famiglia, di queste il 40% ha un diploma di scuola superiore o un titolo universitario e il 45% vive al sud. Si stima che 270.000 donne inattive non abbiano cercato lavoro a causa dell’inadeguatezza dei servizi di cura forniti a bambini, anziani, malati e disabili (McKinsey Analysis 2012). Il 18% delle donne inattive lavorerebbe se i servizi fossero adeguati (Istat 2013).

In questo contesto non stupisce che per le donne italiane la maternità rappresenti ancora un rischio concreto di fuoriuscita dal mercato del lavoro: il 22,4% delle madri impiegate prima della gravidanza, intervistate dopo due anni, avevano perso il lavoro (Istat 2015).

Quale lavoro

Nonostante la fotografia che ci restituisce il presente non sia rosea e abbia grandi margini di miglioramento, bisogna tener conto che il numero delle italiane al lavoro negli ultimi sessant’anni è cresciuto costantemente e si è arrestato soltanto di fronte alla recente crisi finanziaria.

Le donne italiane desiderano entrare nel mercato del lavoro, e ne è la riprova il superamento degli uomini nell’istruzione: ottengono più e migliori risultati. Secondo il rapporto Almalaurea del 2013 nella fascia di età compresa tra i 25 e i 34 anni, il 30% delle donne ha un una laurea contro il 18% degli uomini. Eppure questo vantaggio non si riflette nel mercato del lavoro: gli stereotipi di genere influenzano le scelte di carriera delle donne che tendono a preferire materie (letteratura, insegnamento, linguistica, geografia, chimica-farmaceutica, legge, architettura) in cui c’è troppa offerta rispetto alla domanda, specialmente se comparate con le materie tecnico-scientifiche in cui si registra una netta prevalenza maschile. Il risultato è che a cinque anni dalla laurea hanno trovato lavoro l’88% dei laureati e solo il 63,5% delle laureate e gli uomini guadagnano 1556 euro contro i 1192 delle donne (Almalaurea 2015).

Il problema per le italiane non è solo entrare nel mercato del lavoro, anche la qualità lavorativa che ottengono è inferiore a quella degli uomini: vengono pagate meno a parità di lavoro (il cosiddettogender pay gap), sono più esposte al part time involontario e alla precarietà (Istat 2015) e fanno meno carriera anche se sono più formate.

Donne e uomini hanno le stesse ambizioni ma nei luoghi di lavoro viene promosso un modello dileadership per cui avere una carriera significa essere presenti “sempre e comunque”, circa il 40% delle donne che si considera “adeguata” per ricoprire un ruolo apicale, sostiene che sia il modello dominante di leadership l’ostacolo principale alla carriera (McKinsey analysis sui dati Istat 2012).

In questo contesto di lenta ma crescente occupazione femminile, di scarsa partecipazione maschile al lavoro di cura e di inadeguatezza e scarsità dei sevizi, di contrapposizione tra la cura e il lavoro, la domanda di lavoro domestico è cresciuta attirando e trattenendo donne migranti, relegandole in un settore considerato poco qualificato e quindi sottopagato. Una donna migrante su due lavora per e nelle famiglie italiane fornendo servizi di cura, rappresentando l’80% della forza lavoro in tale settore, per un totale stimato di 1.554.000 lavoratrici. L’Oecd riporta come le lavoratrici migranti siano maggiormente esposte alla violazione dei diritti e al lavoro nero (Oecd 2014).  Recenti dati Istat (2015) illustrano come le donne migranti abbiano una scarsa mobilità sociale e siano spesso troppo qualificate per il lavoro che svolgono.

Segnali incoraggianti 

C’è un ambito in cui negli ultimi anni le donne hanno ottenuto progressi importanti ed è la leadershipsia in ambito economico che politico. Per quello che riguarda le donne nell’economia va sottolineato come, grazie alla recente legge sulle quote nei cosigli di amministrazione, che impone di avere almeno il 20% di donne nei consigli di amministrazione delle società pubbliche e private, i dati sono migliorati moltissimo e ad oggi con un 27,3% di donne nei consigli di amministrazione (Consob2015) l’Italia rappresenta un buon esempio a livello europeo in cui la media è del 20%. I dati sono incoraggianti anche quando si guarda al numero dei dirigenti, che ha raggiunto un 29% di presenze femminili contro la media europea del 21%  (Openpolis, 2015).  Il soffitto di cristallo è crepato ma non infranto: a livello di presidenza dei cda le donne sono solo il 5% e nel ruolo di amministratore delegato nelle società quotate la percentuale scende a zero (Openpolis, 2015). Anche nel settore pubblico le donne hanno più potere decisionale: nei consigli di amministrazione si è passati da un 2% di donne al 24% nel 2014  (European Commission Justice and Consumers 2014)

Negli ultimi anni le donne italiane se la cavano meglio anche in politica: nell’attuale governo le ministre sono il 41% e sia alla Camera che al Senato le donne registrano un inedito 31% di presenze (European Commission Justice and Consumers 2014).

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