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19 ottobre 2016 • Netural work, Senza categoria, smart working

La difficoltà di conciliare

mother-kissing-baby-87129433012057tQuando gli strumenti legislativi ci sono ma il sistema culturale è impreparato al cambiamento, succede spesso che le donne mollino la presa e accettino l’idea di restare escluse dal mercato del lavoro. Crediamo sia inaccettabile, ma riteniamo che sia urgente un cambio culturale in tal senso, che servano misure precise per garantire ad una madre o ad un padre di ottenere un part-time e una gestione più elastica dei tempi di lavoro. Una modalità potrebbe essere quella di condividere con l’azienda gli obiettivi di lavoro e i risultati da raggiungere, facilitando una nuova organizzazione dei tempi e dei luoghi.

Vogliamo provarci? Se siete aziende interessate a sperimentare percorsi di welfare innovativo che tutelino i lavoratoi, scrivete a hello@neturalfamily.com.

Articolo di Paolo Fantauzzi su l’Espresso del 18 ottobre 2016

Niente nido e part time negato: 10mila neo-mamme costrette a lasciare il lavoro

I numeri del ministero, in aumento, confermano la difficoltà di conciliare l’occupazione con la prole. Tanto da spingere molte madri a dimettersi. Senza considerare quelle precarie, alle quali basta non rinnovare il contratto

Assenza di asili per i piccoli, di un aiuto dei parenti, impossibilità di ottenere un orario consono alle proprie esigenze. Sono tanti i motivi che spingono una neo-mamma a lasciare il proprio impiego. La prevalenza di contratti a tempo determinato rende impossibile una stima delle madri che smettono di lavorare dopo il parto. Una indicazione viene tuttavia dal servizio ispettivo del ministero, chiamato a verificare che le dimissioni presentate da una dipendente in gravidanza o nei primi tre anni di vita del bambino siano genuine e non frutto di pressioni o comportamenti illegittimi.

Il trend è in crescita e i numeri sono significativi, sebbene le convalide siano previste sono nei casi di interruzione anticipata del rapporto di lavoro e quindi riguardi per lo più chi ha un contratto “stabile” (ai precari basta non rinnovare quello scaduto). Nel 2015 sono state 25.620 le madri che hanno presentato dimissioni volontarie (tremila in più del 2014): prevalentemente impiegate e operaie e per metà con un’anzianità di servizio inferiore a tre anni.

Che cosa le ha spinte a questa decisione? Quasi 10mila (9.395) hanno indicato la voce “difficoltà di conciliare il lavoro e le esigenze di cura della prole”, variamente declinata: assenza di parenti di supporto (4.700), mancato accoglimento al nido (3.482) ed elevata incidenza dei costi di assistenza del neonato (1.213). Una crescita del 10 per cento che, riconosce il rapporto del ministero, conferma quanto le famiglie di origine continuino a rappresentare un tassello fondamentale per “compensare la carenza di strutture di accoglienza sul territorio nazionale”. Ma c’è pure chi indica la mancata concessione del part time o la semplice modifica dei turni come motivazione: nel 2015 in 1.311 hanno detto addio al posto per questa ragione.

«Accade spesso che, sotto la pressione dei datori, le lavoratrici siano costrette a dimettersi perché si trovano in stato di gravidanza o entro il primo anno di vita del bambino. E molte vengono “convinte” con la possibilità di beneficiare dell’indennità di disoccupazione, che può oscillare fra 800 e 1.200 euro per un periodo che va da 12 a 24 mesi» commenta Gualtiero Biondo, responsabile nazionale degli Uffici vertenze della Cisl. Per chi si rifiuta, o semplicemente non ha un principale abbastanza “accorto”, può arrivare il licenziamento. Che però di rado viene contestato, anche quando se ne avrebbe tutto il diritto, ammette il sindacalista: «Da gennaio a oggi, su mille pratiche aperte, solo 20 sono relative a licenziamenti in gravidanza e cinque perché avvenuti entro il primo anno di matrimonio. A conferma che poche intentano un contenzioso vero e proprio».

«Prima della riforma Fornero la reintegra per i licenziamenti senza giusta causa era prevista sempre, col Jobs act solo se avvengono durante la maternità o sono discriminatori» spiega Stefano Muggia, avvocato giuslavorista. «Ma il problema è che c’è tutta una zona grigia difficile da dimostrare, perché l’onere della prova spetta al dipendente. E la verità è che dopo il primo anno di vita del bambino la madre lavoratrice viene sostanzialmente abbandonata».

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19 ottobre 2016 • Netural work

La solitudine della maternità

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Un’inchiesta di Paolo Fantauzzi sull’Espresso ci consegna una fotografica davvero sconfortante della condizione delle donne lavoratrici al ritorno dalle loro maternità. La maternità diventa così un ostacolo al lavoro prima e dopo. Possibile che i datori di lavoro siano così impreparati rispetto ad una condizione così “normale” nella vita dei lavoratori? 

Siamo certi che ci siano buoni esempi e buone storie di conciliazione e di politiche aziendali per il welfare a supporto delle famiglie. Se ne conoscete, mandatecele!

Scrivete  a hello@neturalfamily.com

 

Articolo di Paolo Fantauzzi sull’Espresso del 18 ottobre 2016 

I furbetti della maternità: così le aziende sfruttano e vessano le neo-mamme

Dipendenti impiegate durante il congedo per risparmiare sullo stipendio. Demansionamenti. Atteggiamenti discriminatori. Trasferimenti. Permessi negati. Se per tante donne fare un figlio è un’impresa, il rientro al lavoro può essere un incubo. Come dimostrano queste storie

“Non aspettare la cicogna” recita lo slogan del ministero della Salute ideato per il Fertility day. A 37 anni, e dopo numerosi tentativi, Antonella(il nome è di fantasia) si era decisa: andare in Spagna per coronare il sogno di diventare mamma. Ma come ha iniziato le pratiche per l’inseminazione artificiale, al lavoro sono iniziati i guai. Dopo quattro mesi di malattia segnati da ricorrenti attacchi d’ansia dovuti al trattamento e dopo aver comunicato l’intenzione di sottoporsi a un nuovo ciclo di terapia ormonale, è arrivata la lettera di licenziamento. Motivo: “il progetto futuro ed incondizionato di assentarsi periodicamente”, tale da provocare “notevoli danni e costi per straordinari”. Dopo un calvario giudiziario durato anni, nei mesi scorsi la Cassazione ha confermato la nullità del provvedimento: è discriminatorio cacciare un’impiegata che ha manifestato l’intenzione di sottoporsi a un intervento di fecondazione in vitro.
I furbetti della maternità: così le aziende sfruttano e vessano le neo-mamme
Come mostra la recente legge contro le “dimissioni in bianco”, gli sforzi per tutelare l’occupazione, specie quando riguarda le donne, non mancano. Solo che nella quotidianità tanti buoni propositi vengono resi carta straccia da principali interessati unicamente al tornaconto personale, capaci di aggirare le norme o piegarle a loro vantaggio. Furbetti che sfruttano le dipendenti facendole lavorare durante la gravidanza o impongono condizioni tali da spingerle alle dimissioni non appena rientrano dalla maternità obbligatoria, fra demansionamenti, trasferimenti e permessi negati pure quando spettano di diritto. L’obiettivo è sempre lo stesso: rendere la vita difficile e far mollare l’impiego. Anche le fortunate neo-mamme con un contratto stabile, infatti, sono protette fino al primo anno di vita del bambino. Dal giorno dopo possono diventare carne da macello. E spesso lo diventano.

I numeri del ministero, in aumento, confermano la difficoltà di conciliare l’occupazione con la prole. Tanto da spingere molte madri a dimettersi. Senza considerare quelle precarie, alle quali basta non rinnovare il contratto

Un fenomeno praticamente impossibile da censire, perché per qualche vicenda che finisce davanti a un giudice ce ne sono centinaia che rimangono nel silenzio, senza denunce né vertenze sindacali. Anche perché le vie legali sono spesso impervie: per dichiarare nullo un licenziamento occorre dimostrare che la discriminazione è la motivazione prevalente e l’onere della prova spetta al lavoratore.

MATERNITÀ SENZA RIPOSO
Al tribunale di Roma, ad esempio, è in corso una causa che – se confermata negli addebiti – aprirebbe una nuova frontiera all’astuzia datoriale: una dipendente stabilizzata al quarto mese di gravidanza ma costretta lavorare durante il congedo di maternità, mentre l’Inps le pagava gran parte dello stipendio. «All’inizio non mi pareva vero, ero felicissima del contratto. Poi ho capito» racconta Alessandra (nome di fantasia): «Continuavano a darmi cose da fare, nonostante nelle ultime settimane fossi costretta a restare stesa sul divano. Inoltre anche dopo il parto pretendevano che fossi reperibile pure di notte, con la piccola che si svegliava appena suonava il telefono».

Alessandra ha prodotto chat e mail aziendali a sostegno delle sue argomentazioni, l’azienda controbatte che ha fatto tutto di propria iniziativa, visto che il contratto indicava il domicilio come luogo di lavoro, e senza che nessuno le avesse chiesto alcunché. Lei intanto ha denunciato la vicenda all’Ispettorato del lavoro e all’Inps e ci sono accertamenti in corso per verificare l’ipotesi di truffa ai danni dello Stato. Tra l’altro pure un’altra dipendente, assunta incinta a tempo determinato e non rinnovata poco dopo lo scadere della maternità, sarebbe stata impiegata durante il congedo.

LA MADRE VIAGGIATRICE
Uno dei metodi più ricorrenti per indurre una neo-mamma a lasciare il posto è tuttavia il trasferimento. Come accaduto a Mariangela, spostata a 150 chilometri dalla sede originaria tre giorni dopo il primo compleanno di suo figlio, al termine della tutela garantita dalla legge. Motivo: il presunto calo del fatturato nel negozio in cui lavorava. Lei si rifiuta, contesta le motivazioni e dopo le sanzioni disciplinari arriva il licenziamento. Che la Corte d’Appello di Torino ha però ritenuto discriminatorio: l’azienda, che nel frattempo aveva assunto altri due dipendenti nel punto vendita, è stata condannata a reintegrarla e a pagarle gli arretrati.

Storia quasi identica vicino Padova, dove Lucia Zandarin è stata mandata via una settimana dopo il primo anno di vita della sua secondogenita. Causa scatenante: aver chiesto all’azienda di restare a casa il lunedì usufruendo del congedo parentale. «Nemmeno mi riconoscevano l’orario ridotto per l’allattamento e il medico era arrivato a prescrivermi dei tranquillanti perché la situazione di lavoro era diventata un pensiero fisso» racconta: «E dire che dopo la prima gravidanza, quando dovevo dormire fuori per le trasferte, mi era perfino capitato di girare in auto con l’altra piccola e mia madre». Lucia è riuscita a vedersi riconosciuta i suoi diritti dopo una vertenza sindacale: ha mollato il posto, ma ha ottenuto una congrua buonuscita minacciando una causa per licenziamento discriminatorio.

IL PERMESSO NO
Sempre il congedo parentale è stato vicino Lecco la causa del licenziamento di una segretaria part-time di un poliambulatorio: ci andava quattro giorni a settimana e al termine della maternità voleva stare a casa una volta a settimana, del tutto in linea con la legge. “Necessità inderogabili di organizzazione del lavoro e del regolare funzionamento” dello studio, le motivazioni nella lettera di benservito. Anche in questo caso, licenziamento discriminatorio, ha stabilito la Corte d’Appello di Milano.

Michela Martello, invece, dopo le ferie forzate volevano metterla in cassa integrazione, malgrado la società di prodotti erboristici in cui era impiegata fosse sanissima: «Volevano che mi dimettessi e cercavano di convincermi col fatto che, con un bambino di pochi mesi, avrei avuto diritto all’indennità di disoccupazione». Michela tiene duro ma quando torna si ritrova da sola in una stanzetta: isolata fisicamente dai colleghi, senza telefono, computer né mansione. A fare fotocopie. Proprio come capita alla protagonista del film “Mobbing”. Michela finisce dalla psicologa e alla fine fa causa all’azienda, assistita dalla Cgil ma con le critiche dei familiari che non condividono la decisione di intraprendere le vie legali.

Alla fine il danno subito è tale che il giudice dispone un risarcimento di 60 mila euro. «Sono tanti, è vero» ammette lei «ma davvero non c’è una somma che compensi la perdita di un lavoro che si ama e l’essere trattati in modo disumano. Sono stata in terapia a lungo e tranne il mio compagno nessuno ha appoggiato la mia scelta: è un problema culturale ma dobbiamo ribellarci. Noi donne per prime».

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