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28 novembre 2016 • Le Famiglie Netural, Netural Dads, netural family

#Cosa vogliono i papà? Diamo voce ai papà italiani

In questi giorni è partita la campagna #Cosavoglionoipapà lanciata da Piano C per raccontare i papà italiani. Siamo molto orgogliosi che i nostri papà #NETuralfamily siano tra i primi protagonisti. L’iniziativa intende dar voce ai papà italiani, per promuovere il loro ruolo attivo e partecipe nella vita familiare e soprattutto raccontarne identità e desideri.

“La paternità è una rivoluzione.  Questo è quello che è emerso dalla prima ricerca condotta da Piano C in collaborazione con maam – maternity as a master su un campione di 50 papà attraverso interviste e focus group. Una rivoluzione-evoluzione, che cambia la persona, il suo posizionamento, la sua visione del mondo, le priorità; un’esperienza dirompente, che regala maggiore fiducia e autostima, cambia il proprio rapporto con le emozioni e la scala delle priorità, e che migliora le competenze: il 40% degli uomini intervistati associa alla paternità un “affinamento” di competenze e capacità, innanzitutto quelle relazionali e organizzative, ma anche l’attitudine all’autosservazione e una maggiore consapevolezza. La paternità cambia anche il rapporto con il lavoro. Per il 70% dei padri intervistati questo cambiamento riguarda il “tempo del lavoro”: il lavoro si ridimensiona e/o si riposiziona, trovando spesso un nuovo spazio nell’economia della propria vita.”

Ed eccoli i nostri papà, Carmine e Marcello, con i loro bellissimi bimbi, negli scatti di Francesca Zito, come primi testimonial della campagna nazionale di Piano C.

Il progetto rientra pienamente nella nostra idea di #neturaldads: papà partecipi, attivi e anche “tutelati” nei loro diritti fondamentali di genitori presenti.

Un mese fa a Casa Netural abbiamo organizzato con Piano C un bellissimo set fotografico in cui i nostri fantastici papà con i loro figli hanno posato per noi e si sono un pò raccontati. Siamo orgogliosi di essere in squadra con Piano C per iniziative così importanti!

Seguite l’hashtag #cosavoglionoipapà, rispondete al sondaggio realizzato in  in partnership con Alley Oop – Il Sole 24 Ore #chisonoipapà e diffondete la campagna!

Più siamo e più forte faremo sentire anche la voce dei nostri papà!

 

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Le mamme hanno bisogno di essere “insieme”

donneallavoro

Ci sono anche storie belle da raccontare di rientri a lavoro non traumatici, di accoglienza, di tribù che ti fanno sentire a casa, anche a lavoro, e che ti fanno sentire che la tua nuova condizione di mamma non potrà che essere un’opportunità per tutti. Questa è la storia di Sofia Borri, direttore di Piano C, tornata a lavoro dopo la sua seconda gravidanza.

Articolo di Sofia Borri del 20 ottobre 2015  pubblicato su Piano C 

“Per crescere una mamma ci vuole un villaggio”

Sofia a Piano CIeri sono tornata al lavoro dopo la mia seconda maternità e ad accogliermi ho trovato questo post di Riccarda. Mi ha fatto un immenso piacere per tante ragioni.

Perché è bello sapere che qualcuno ti aspetta.
Perché mi ha dato la carica per affrontare le prossime settimane che saranno un importante cambiamento
per me e la mia bambina.
Perché mi ha ricordato che far bene il proprio lavoro vuol dire voler bene ai propri progetti così come alle persone.
Perché è giusto, importante e bello che proprio a Piano C sperimentiamo tutto questo a partire dalla nostra organizzazione e lo raccontiamo come qualcosa di possibile. Possibile non solo a Piano C.
Perché non dobbiamo più far credere che per tornare al lavoro si debba essere delle wonder woman o che, peggio, la responsabilità di questa scelta in termini di fatica, stress, ansia e a volte addirittura colpa sia tutta sulle spalle di noi donne.

Per questo ho pensato di raccontarvi di cosa è fatto questo rientro dalla maternità, che sembra speciale e privilegiato ma così non dovrebbe essere.

A renderlo possibile siamo in tanti, un intero villaggio (parafrasando un antico proverbio africano). Innanzitutto io, la mia libera scelta e il mio desiderio di riprendere in mano i miei progetti e il mio lavoro. Poi uno spazio di lavoro che mi accoglierà con Adele per il tempo che riterrò necessario, per non dover smetter di allattare e per rendere il distacco più graduale (grazie Cobaby).

Poi colleghe e colleghi che considerano naturale il fatto che in questa fase della mia vita io intrecci il lavoro alla cura della mia bimba e non si scandalizzano per un pannolino o una sdraietta dove meno te l’aspetti.
Un’organizzazione intera che non ha bisogno di controllare il mio lavoro e sa che, offrendomi la possibilità di gestire con flessibilità il mio tempo, sicuramente farò del mio meglio, anche per il fatto che ora ho qualcuno in più a cui pensare.

Infine, ma non per ultimo, un compagno che condivide come me la cura e la responsabilità delle nostre figlie, negoziando giornate di congedo con la sua azienda, sollevandomi dalla gestione della casa e considerando il mio ritorno al lavoro come qualcosa che fa bene a me e alla nostra famiglia e che serve anche un po’ a questo paese per raccontare che in un modo diverso si può e si deve fare.

Ed è responsabilità di tutti e tutte.

 

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