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Il Welfare aziendale che ci piace!

Sto per partorire la mia terza figlia e se c’è un pensiero che mi accompagna è “come potrò gestire tre figli e un lavoro senza sentirmi sola”. Ho un compagno meraviglioso e collaborativo che sa sempre come supportarmi ma il tema è più ampio, è un tema di società, di contesto lavorativo, di network.

Da 15 anni lavoro nella P.A. e so di essere una privilegiata rispetto a tantissime altre neomamme o plurimamme, ma so anche che non bastano solo i dispositivi normativi, pure fondamentali, per far sentire una donna “accolta” al ritorno da una maternità, ci vuole anche molta cultura e molta apertura da parte di chi ti circonda rispetto al cambiamento della tua condizione . E l’accoglienza di cui c’è bisogno non è un’accoglienza solo “personale” ma “familiare”, è un sistema inclusivo di welfare che abbraccia le famiglie di tutti coloro che lavorano e che  incrociano le loro vite familiari con quelle lavorative.

Ma, soprattutto, è importante sentire riconosciute le proprie nuove competenze, tante, acquisite proprio grazie alla nuova organizzazione familiare e di vita.

Certo, vedere riconosciuto tutto questo insieme ha un che di utopico ma rappresenta l’orizzonte da raggiungere perché ci sia un reale riconoscimento dei propri diritti di donne lavoratrici madri nella società e nel mondo del lavoro.

C’è molto da fare per costruire un nuovo welfare in tal senso, ma ci sono realtà che ci stanno provando e che ci credono. La storia di oggi ci rincuora e speriamo sia l’inizio di tante belle storie così.

Mariella

Articolo tratto dal blog Secondo Welfare.it

Il welfare aziendale di Benetton si arricchisce con lo smart working
Negli ultimi mesi il gruppo industriale trevigiano ha avviato un nuovo progetto per aumentare i servizi dedicati ai propri dipendenti
13 giugno 2017 

Benetton Group, gruppo industriale a cui appartiene la famosa azienda trevigiana che si occupa di moda, negli ultimi anni sta affinando sempre di più la propria People strategy. In particolare, in questi mesi è stato avviato un nuovo piano di smart working che coinvolgerà un consistente numero di dipendenti della società.


Il piano di welfare aziendale di Benetton

Il pilastro centrale della People strategy di Benetton è il programma di iniziative di welfare aziendale denominato “Benetton per te”. Questo strumento, attivato nel 2015 e destinato ai dipendenti della sede centrale dell’azienda a Treviso, è l’elemento principale attraverso cui la società ribadisce l’importanza riservata al suo staff, ai loro bisogni e alle loro aspirazioni.

Il piano di welfare ha previsto la creazione di una piattaforma (realizzata da Eudaimon) in cui sono presenti svariati beni e servizi previsti dagli articoli 51 e 100 del TUIR, rivolti nello specifico ai temi della salute, della cura dei familiari e del risparmio del tempo e del denaro. Queste iniziative sono finalizzate ad incrementare l’engagement attraverso la soddisfazione dei bisogni delle persone e rispondendo alla necessità emergente di conciliare l’attività professionale con la vita personale.

Nel 2016 l’azienda ha implementato le sue iniziative realizzando un progetto rivolto alla famiglia e al sostegno alla genitorialità. Più di 600 dipendenti hanno partecipato al corso dedicato alla formazione dei più piccoli “Educare i bambini alla felicità”, grazie al quale l’azienda ha vinto il Positive Business Award. Inoltre è partito il “Welcome Back Mom“, percorso di coaching e di supporto alle colleghe al rientro dalla maternità.
Il progetto di smart working

A partire da ottobre 2016, il programma “Benetton per te” è stato ampliato con l’introduzione dello smart working. Quest’ultimo progetto consente a Benetton Group di allinearsi al panorama delle migliori aziende nazionali e rappresenta un forte elemento di attrattività in un mercato del lavoro in continua evoluzione. L’obiettivo alla base di questa novità è quello di accogliere una nuova modalità di gestione delle persone basata su una fiducia reciproca maggiore e orientata al raggiungimento dei risultati.

Il progetto è frutto di un’intensa attività di ricerca che l’azienda ha realizzato con il supporto della società Partners4Innovation, collegata al Politecnico di Milano. Nell’ultimo anno, sono state quindi realizzate alcune attività di analisi e di benchmark per comprendere il livello di fattibilità dell’intervento. I dati raccolti hanno messo in evidenza come il passaggio allo smart working potesse rappresentare un passaggio indispensabile per restare competitivi e attrattivi, sia sul mercato del lavoro sia nel business, soprattutto nei confronti dei giovani talenti.
Le due fasi del progetto di smart working

Lo smart working del Gruppo Benetton – che attualmente coinvolge circa 400 persone – si divide in due fasi:

Stretch your time. Fase iniziale avviata per promuovere maggiore “elasticità” nella gestione degli orari e delle timbrature, introducendo una flessibilità oraria in entrata ed in uscita entro una fascia oraria definita. Questo step iniziale è entrato in vigore da ottobre 2016 e ha coinvolto oltre 1000 dipendenti, tra impiegati e quadri delle sedi italiane.

Stretch your space. Il passo successivo, introdotto a novembre 2016, ha previsto la possibilità di lavorare da remoto (quindi da un device connesso ad internet), fino ad un giorno a settimana, ad una popolazione pilota composta da quattro direzioni aziendali. Questa sperimentazione, che ha avuto una durata di sei mesi, ha raccolto un tasso elevato di adesione e i risultati positivi hanno fatto sì che il progetto venisse esteso anche ad altri settori aziendali. Da maggio 2017 un considerevole numero di dipendenti del Gruppo ha la possibilità di lavorare con questa nuova modalità di organizzazione del lavoro, fondata sulla restituzione alle persone di flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi e degli orari a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati.

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Le mamme hanno bisogno di essere “insieme”

donneallavoro

Ci sono anche storie belle da raccontare di rientri a lavoro non traumatici, di accoglienza, di tribù che ti fanno sentire a casa, anche a lavoro, e che ti fanno sentire che la tua nuova condizione di mamma non potrà che essere un’opportunità per tutti. Questa è la storia di Sofia Borri, direttore di Piano C, tornata a lavoro dopo la sua seconda gravidanza.

Articolo di Sofia Borri del 20 ottobre 2015  pubblicato su Piano C 

“Per crescere una mamma ci vuole un villaggio”

Sofia a Piano CIeri sono tornata al lavoro dopo la mia seconda maternità e ad accogliermi ho trovato questo post di Riccarda. Mi ha fatto un immenso piacere per tante ragioni.

Perché è bello sapere che qualcuno ti aspetta.
Perché mi ha dato la carica per affrontare le prossime settimane che saranno un importante cambiamento
per me e la mia bambina.
Perché mi ha ricordato che far bene il proprio lavoro vuol dire voler bene ai propri progetti così come alle persone.
Perché è giusto, importante e bello che proprio a Piano C sperimentiamo tutto questo a partire dalla nostra organizzazione e lo raccontiamo come qualcosa di possibile. Possibile non solo a Piano C.
Perché non dobbiamo più far credere che per tornare al lavoro si debba essere delle wonder woman o che, peggio, la responsabilità di questa scelta in termini di fatica, stress, ansia e a volte addirittura colpa sia tutta sulle spalle di noi donne.

Per questo ho pensato di raccontarvi di cosa è fatto questo rientro dalla maternità, che sembra speciale e privilegiato ma così non dovrebbe essere.

A renderlo possibile siamo in tanti, un intero villaggio (parafrasando un antico proverbio africano). Innanzitutto io, la mia libera scelta e il mio desiderio di riprendere in mano i miei progetti e il mio lavoro. Poi uno spazio di lavoro che mi accoglierà con Adele per il tempo che riterrò necessario, per non dover smetter di allattare e per rendere il distacco più graduale (grazie Cobaby).

Poi colleghe e colleghi che considerano naturale il fatto che in questa fase della mia vita io intrecci il lavoro alla cura della mia bimba e non si scandalizzano per un pannolino o una sdraietta dove meno te l’aspetti.
Un’organizzazione intera che non ha bisogno di controllare il mio lavoro e sa che, offrendomi la possibilità di gestire con flessibilità il mio tempo, sicuramente farò del mio meglio, anche per il fatto che ora ho qualcuno in più a cui pensare.

Infine, ma non per ultimo, un compagno che condivide come me la cura e la responsabilità delle nostre figlie, negoziando giornate di congedo con la sua azienda, sollevandomi dalla gestione della casa e considerando il mio ritorno al lavoro come qualcosa che fa bene a me e alla nostra famiglia e che serve anche un po’ a questo paese per raccontare che in un modo diverso si può e si deve fare.

Ed è responsabilità di tutti e tutte.

 

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